I MITS Presentano:
MARVELIT HOLIDAY SPECIAL 2004

 

PRIMA DELLA SPERANZA, PRIMA DELLA CARITÀ...
(EPIFANIE)

di NICK THOMPSON

DIARIO DEL CAPITANO KIRKAMANI
NAVE STELLARE SHIAR “IMPRESA”
DATA SIDERALE 000/4/77:

Nulla di significativo da segnalare. Prima di far ritorno a Chandilar, ci apprestiamo però a esplorare sommariamente un pianeta di classe N. in un sistema periferico della galassia “Spirale L.”, in accordo con il Codice primario.

DIARIO DEL CAPITANO KIRKAMANI
NAVE STELLARE SHIAR “IMPRESA”
DATA SIDERALE 000/4/79:

Problemi ai motori. Confido nell’ abilità del nostro supervisore quantico.
Nota personale: Inutile, questo modello è troppo vecchio. Il Comando della flotta avrà le mie dimissioni, al ritorno. Ritorno… Sharra e Khitry lo vogliano…

DIARIO DEL CAPITANO KIRKAMANI
NAVE STELLARE SHIAR “IMPRESA”
DATA SIDERALE 000/4/85:

Proseguono i problemi tecnici. Abbiamo posto la nave in orbita planetostazionaria, per facilitare le riparazioni e sprecare meno energia possibile. Purtroppo, anche le comunicazioni iperspaziali a lungo raggio sono fuori uso.
Nota personale: Cos’altro andrà storto? L’ ufficiale religioso di bordo, il signor Dr’kheimh, consiglia un bel rito esorcistico. Sono tentato…

DIARIO DEL CAPITANO KIRKAMANI
NAVE STELLARE SHIAR “IMPRESA”
DATA SIDERALE 000/4/89:

Tentato il tutto e per tutto. Fallito. Il motore si è mangiato quasi tutta l’ energia rimasta, ed anche i miei meccanici quantistici migliori. A che serve separare le note personali dal diario “ufficiale”? Forse sarò un cattivo militare, ma ora mi sembra tutto inutile… ah, per festeggiare il fallimento, ho dato ordine che si cominci una settimana di bagordi degni del Nido imperiale. No, non sono le radiazioni che finiranno di ucciderci a breve a parlare.

DIARIO DEL CAPITANO KIRKAMANI
NAVE STELLARE SHIAR “IMPRESA”
DATA SIDERALE 000/4/97:

Fatto fucilare dal Warstar di bordo svariati ammutinati. Vogliono lasciare la nave, scappare sul pianeta. Inutile spiegargli che è tutto inutile. Le radiazioni. Avremmo dovuto evacuare prima. Ma io e la mia maledetta superbia… “Un capitano precipita con la sua nave stellare” etc. etc. E in più, c’era il codice primario:“È severamente vietato interferire con una civiltà preinterstellare”. Sì, quando fa comodo all’ Impero…

DIARIO DEL CAPITANO KIRKAMANI
NAVE STELLARE SHIAR “IMPRESA”
DATA SIDERALE 000/4/101:

L’ ufficiale etico si è lamentato formalmente per le ultime decimazioni. Pieno accordo. D’ora in avanti si procede con le “eptimazioni”. L’ ufficiale religioso riunisce gruppi di preghiera. Sharra e Kithry non ci salveranno dal nostro destino quando, privi di ogni energia per qualunque funzione vitale, precipiteremo negli strati più bassi del pianeta e ci disintegreremo. Ma di che ho paura? Per allora le radiazioni ci avranno già annientato. Promemoria: violentare l’ ufficiale delle comunicazioni prima che lei perda gli ultimi denti e capelli, ed io perda anche l’ apparato riproduttore.

DIARIO DEL CAPITANO KIRKAMANI
NAVE STELLARE SHIAR “IMPRESA”
DATA SIDERALE 000/4/103:

Sharra pietosa, Khitry sublime, che covaste l’ uovo del creato,
Atterrate i miei nemici, precipitateli nell’ Orrido senza ritorno,
Innalzatemi nei cieli vostri, datemi ali che non si stanchino e
Covate prosperose.
Sia il Vostro Artiglio,
Presa possente sul mio intero essere.
È a Voi l’onore della danza aerea, vostra è l’ inaccessibilità delle altezze infinite.
Così sempre sia.

DIARIO DEL CAPITANO KIRKAMANI
NAVE STELLARE SHIAR “IMPRESA”
DATA SIDERALE 000/4/104:

Sharra e Khitry, FOTTETEVI CON IL VOSTRO GUANO DI MERDA, STROZZATEVI COL VOMITO DEGLI SKRULL, POMPINARI DEL CAZZO DEGLI ACANTI MORITENELLOSMEGMADI KREE UOVAMARCEALTROCHEDEI DEI PORCIIIIIIIIIIIIIII. MA IO FACCIO SALTARE TUTTOOOOO!!!

 

“GUARDATE, Balthazar, Melqior!” disse spaventato quanto entusiasta Re Gaspar “Guardate la nostra stella! Ha brillato come prima mai! Ed ora è spenta!”.
“E’sicuramente il segno che siamo arrivati” rispose sussiegoso Balthazar.
“Ma che può mai esserci qui, io vedo solo una mangiatoia…” aggiunse dubitativamente il terzo Magio.
“Abbi fede, giovanotto” fu la frase che seguì, anche se la storia non riporta quale dei due restanti altolocati astrologi l’ abbia pronunciata.
E così si mossero, dopo una breve strigliata ai cammelli, carichi di oro, incenso e mirra.

FINE

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SOLOMON KANE in:
"PLEASE COME HOME FOR CHRISTMAS"
di ALESSANDRO VICENZI

Inghilterra. Fine XVI secolo.

Il buio, il vento e la neve avevano fatto perdere la strada a Solomon Kane. Non aveva mai visto un inverno del genere. Non era un tempo adatto a nessuno, uomo o bestia che fosse. Nonostante le colline che stava tentando di valicare fossero piuttosto basse, erano il centro di una furiosa tempesta. Per quanto cercasse di stringersi nel mantello di lana, da qualche parte il gelo passava. Minuscoli aghi di ghiaccio sferzavano il suo volto, strisciando sulla pelle indurita dalla vita sul mare.
Aveva deciso di tornare in Inghilterra, ed era così che la sua terra lo stava accogliendo. Tentando di ucciderlo. Ma Solomon Kane sapeva che in questa vita ogni dolore e ogni prova hanno un senso. Superare le difficoltà che il Signore pone sui passi dell’uomo è un modo per riconfermare la salvezza della propria anima. Fino a che lui fosse sopravvissuto, il Signore sarebbe stato con lui. Mormorando una preghiera a bassa voce, continuò la sua salita verso il crinale. Nulla gli avrebbe permesso di ritardare la sua visita.

“Il più maledetto gelido inverno degli ultimi vent’anni, ve lo dico io!”.
“Già, e siamo costretti a starcene qui dentro ad ascoltare questa dannata messa, e questo sarebbe il meno…”.
“…non fosse che dopo dobbiamo tornarcene a casa, facendoci ghiacciare le chiappe. Ah, passami un po’ di quel whisky, Rob”.
“Prendi, ma danne anche a Rupert, dopo, non vorrei che pensasse che non mi occupo di lui, a Natale!”.
“Ehi, Matthew! Ma ci pensi? Se fossimo anche noi puritani non dovremmo tornarcene a casa al gelo, più tardi. Anzi, non saremmo nemmeno usciti di casa”.
“Già, quei damerini mica ci vengono in chiesa, nossignore! Le nostre chiese sono troppo raffinate, per loro!”.
“E allora se ne stanno a casa loro, e celebrano per i fatti loro… e non tenere tutto per te, quello stramaledetto whisky”.
La voce del pastore che celebrava la veglia natalizia li richiamò:“In nome del cielo, ragazzi! Se desiderate celiare e infastidire il prossimo recatevi alla taverna, non nella casa del Signore!”.
La folla radunata in chiesa si voltò verso di loro. Rupert e Rob abbassarono il capo. Solo Matthew continuava a guardare il pastore. Ma padre Andrews era un uomo robusto e più abituato a menare le mani che non alla disputa teologica, e non aveva alcuna paura di tre teste calde di vent’anni che avevano alzato un po’ troppo il gomito.
“Devo venire lì io, o ve ne tornate da soli a casa?” disse, piegando leggermente il capo su di un lato e scoprendo un canino, come in una specie di ghigno.
Rupert fu il primo a prendere la porta, seguito da Rob. Matthew si decise solo quando Rob lo tirò per una manica. Il gelo della tormenta di neve invase la chiesa, poi la porta fu richiusa e la brava gente di Hartshire on Trent poté riprendere la propria veglia natalizia.

Kane aveva ormai raggiunto il crinale. Ancora poche decine di metri e avrebbe iniziato a discendere la collina. Qualcosa gli diceva però che non si trovava dove immaginava di essere.
Quando arrivò in cima, si rese conto di avere sbagliato completamente strada. Hartshire era ad almeno un paio di ore di cammino da dove si trovava, in quelle condizioni. Si fermò sul crinale. Non si vedeva nulla, ma almeno sapeva dove si trovava. Non sarebbe stato difficile, tornare a casa per Natale. Sul versante che doveva scendere, la bufera era meno violenta. Avrebbe seguito il vecchio sentiero, quello che costeggiava gli altari di pietra pagani, nel boschetto di querce. Da ragazzino aveva paura a passare di lì, a volte.
Quando ne aveva parlato alla madre, lei lo aveva sgridato. Non era saggio credere alle favole pagane, se si desiderava la salvezza della propria anima, lei gli aveva detto. E lui aveva smesso di crederci. Quelli erano solo vecchi sassi. Se mai avevano avuto un potere, l’avvento di Cristo lo aveva respinto nelle tenebre da cui era venuto. E fino a che quelle terre fossero rimaste timorose del Signore, i suoi abitanti non avrebbero mai dovuto temere alcunché, da quel potere.
Si rimise in cammino.

La ragazza era poco più che una bambina. Le doglie ne stavano sfigurando i lineamenti infantili, e a poco serviva il conforto della vecchia che la stava tenendo per la mano. Sarebbe stato un parto difficile, in mezzo alla neve, su quelle antiche lastre di pietra. La vecchia conosceva il posto, e sapeva che fine avrebbero fatto la giovane e il suo bambino. Il padrone avrebbe sacrificato tutti e due, per ingraziarsi il favore degli dei ai quali quegli altari erano dedicati.
Lord Arlington, il padrone, stava ultimando i preparativi per il rituale, aiutato dalla sua guardia armata, Eric. La ragazzina era una giovane prostituta, comprata da Arlington in primavera. Si era occupato Eric di metterla incinta, e poi aveva continuato ad abusare di lei fino a quella mattina, quando le sue doglie erano iniziate. Tutto era stato calcolato, per fare sì che lei fosse stata pronta per quella notte.
Arlington era un seguace dell’antica religione, e sapeva che quella data aveva un’importanza anche per essa; anzi, era stato il cristianesimo a impossessarsene per celebrare la nascita del suo dio, ma quella era la notte in cui la natura incominciava a risvegliarsi dal sonno invernale. Se avesse potuto assorbirne il potere, e con esso quello di una vita appena nata e subito colta, sarebbe diventato uno stregone abbastanza potente da comandare le creature che dimorano nelle dimensioni esterne dell’Universo.
Eric non capiva la passione del suo padrone per la magia. Non c’era nulla di simile, nel mondo. C’era solo la forza, e il potere. Non esistevano altri modi di dominare sugli altri. Lui era forte. E grazie a Lord Arlington era potente. Aveva diritto di vita e di morte, sulle terre del suo signore. Lui amministrava la giustizia, ma non con i tribunali.
Nella notte, con l’acciaio e con il fuoco.
E nessuno gli avrebbe mai chiesto nulla. Per questo seguiva ogni ordine che gli veniva impartito: perché sapeva che era il prezzo da pagare per la sua libertà. E allora, non era un problema dovere restare di notte al gelo, in mezzo alla neve, e uccidere una bambina e suo figlio. L’aveva già fatto, quando era un soldato. Quando una puttana gli si era presentata con un bambino, dicendo che era suo, glielo aveva strappato dalle braccia, lo aveva afferrato per un piede e gli aveva fatto saltare la testa con un colpo di pistola. Poi aveva pensato alla mamma, ed era stato più divertente. Molto più divertente.

Qualcuno bussò alla porta della casa di Sarah e David Kane. I due anziani puritani avevano completato le loro preghiere, la loro celebrazione del Natale. Non erano andati alla chiesa del villaggio, ed era troppo rischioso spingersi fino a trovare altri loro correligionari, oltre le colline, quindi erano rimasti a casa loro, a vegliare in attesa della nascita del Salvatore.
Vi furono dei colpi alla porta. I due anziani si guardarono, perplessi e preoccupati. Chiunque fosse in giro con quel tempo, meritava di essere accolto. Ma con le dovute precauzioni. David staccò dal muro la sua vecchia spada, mentre Sarah si ritraeva verso l’interno della casa.
Altri colpi sulla porta.
“Chi è?” chiese David, con voce imperiosa.
“S-s-s-olomon” rispose una voce soffocata e sofferente da fuori.
“Figlio!” disse David, armeggiando con il catenaccio “Sarah, è Solomon!”.
Ma la persona che entrò in casa accompagnata dal vento e dalla neve non era Solomon Kane.
Era Matthew, con in mano un lungo pugnale.
“Buon Natale, puritani” disse.
David tentò di colpirlo, ma il ragazzo schivò. Era massiccio e rapido, e David era troppo vecchio per poter competere. Un colpo sulla mano gli fece cadere la spada. Disorientato, tentò di colpire il giovane con un pugno, ma senza successo. Matthew lo colpì con un manrovescio al volto, buttandolo per terra. Poi entrò, seguito da Rob e Rupert.
“Legatelo” disse Matthew indicando David privo di sensi.
“Andatevene immediatamente, o vi ammazzo!”.
Tutti e tre si voltarono verso la signora Kane, che li teneva sottotiro con un vecchio fucile. La donna era più giovane del marito, e le sue mani non tremavano. Sembrava avere una mira piuttosto salda.
“Lascia quel fucile, vecchia, noi siamo tre, e tu hai un colpo solo. E non so se saremo buoni con te, una volta che avrai bucato uno di noi. Pensaci bene”.
“Tanto volete ucciderci lo stesso. Tanto vale che mandi uno di voi all’inferno, no?”.
I tre si guardarono. La donna aveva lo sguardo di acciaio di un lupo. Probabilmente non si sarebbe accontentata di sparare a uno di loro. Sarebbe saltata loro addosso, usando il fucile come una mazza, con ogni probabilità.
Rob pensò che forse quella nottata si era già spinta un po’ troppo in là, che forse ammazzare vecchi la notte di Natale non era quello che desiderava.
Rupert tremava più della vecchia, adesso che il whisky aveva smesso di tenergli caldo.
Solo Matthew sembrava deciso a proseguire. Solo lui, con i suoi profondi occhi neri, sfidava lo sguardo della donna.
Poi sentì freddo alle sue spalle: Rupert aveva aperto la porta ed era scappato. Rob lo seguì un istante dopo. Due volte in una notte. Maledetti conigli.
“Al diavolo, donna. Ti auguro non vedere mai più quello svitato di tuo figlio” disse.
Poi arretrò fino alla porta e andò dietro ai suoi compagni.
Sarah rimase ancora per un istante con il fucile alzato. Poi lo lasciò cadere per terra (era scarico), e piangendo si gettò sul corpo del marito. Era solo stordito, anche se perdeva sangue dalla guancia.
Si abbracciarono e piansero insieme a lungo.

Matthew era furibondo, e ubriaco. Rob e Rupert erano scomparsi. Che andassero a farsi ammazzare, per quello che gli importava. Iniziò a camminare, senza pensare a dove stesse andando. Il whisky non gli faceva sentire il freddo, e gli impediva di capire che si stava dirigendo verso le pietre antiche.
Lo capì solo quando uscì dal bosco e si trovò davanti a una scena spaventosa.
Sulla grande pietra centrale era sdraiata una donna, che urlava come un’ossessa. Il vento aveva coperto le sue grida, ma ora era impossibile che qualcosa nascondesse la sua sofferenza. Il suo ventre gonfio si alzava e si abbassava, mentre lei si contorceva, legata alla pietra da delle corde.
Un uomo di mezza età stava in piedi dietro a lei, pronunciando parole che andavano perdute nel vento. Nonostante il gelo, indossava solo una tunica grigia sulla quale erano dipinti simboli pagani, ed era a piedi nudi nella neve. Alcuni bracieri bruciavano senza sosta, mandando nell’aria un fumo nerastro e un odore nauseabondo.
Prima che potesse capire qualcosa, si trovò una lama puntata alla gola:“E adesso tu muori, idiota” disse una voce appartenente a un uomo di alta statura che gli si era parato davanti. C’era gioia nella sua voce, come se fosse stato un bambino al quale avevano regalato un nuovo giocattolo per Natale.
Sentì la lama incidere la pelle del collo, quando un’altra voce risuonò nella radura:“In nome del Signore, quale blasfemia si sta consumando in questo luogo?”.
Matthew non poteva credere alle sue orecchie: era la voce di Solomon Kane! Che cosa ci faceva di nuovo in Inghilterra?
Eric si voltò verso il puritano, lasciando perdere il ragazzo. Avrebbe avuto tempo per finirlo dopo la ragazza, pensò.
Ma quando vide chi lo aveva interrotto, sentì il sangue bollire nelle vene: l’uomo che stava snudando la spada, e che si era levato il pesante mantello per non avere impaccio nei movimenti, sembrava essere un vero combattente. Quella notte non sarebbe stata solo una questione di sgozzare puttane e neonati: avrebbe provato l’ebbrezza di un vero combattimento, avrebbe giocato la propria vita sul filo di una lama, come non faceva da troppo tempo.
Arlington non si era accorto di nulla: la sua concentrazione non doveva essere in alcun modo interrotta.
Eric intercettò Kane che si stava gettando sul nobile, e subito le lame delle spade si scontarono in una tempesta di scintille. Lo sgherro dello stregone era più alto e più pesante dello spadaccino, ma non ne aveva la stessa abilità. Il suo modo di combattere era basato unicamente sulla forza, quello di Kane sull’agilità e la mobilità. In quelle condizioni, però, il puritano non poteva muoversi come voleva, sprofondato nella neve fino a sotto il ginocchio, ed era costretto sulla difensiva dall’assalto furioso del suo avversario.
Matthew rimase impietrito nella neve, a osservare quel duello feroce, che si svolgeva tra le urla di una partoriente e il cantilenare misterioso di uno stregone. Tutto il suo coraggio era svanito. Lui era solo un teppista da paese, non aveva nulla a che fare con quel mondo terribile e oscuro.
Poi da dietro la pietra strisciò in avanti una vecchia, che si avvicinò alle gambe aperte della ragazza:“Sta nascendo” urlò.
Eric sorrise. Sentiva di avere il suo avversario in pugno. Menò uno spaventoso fendente dall’alto. Kane parò con la spada, che si spezzò in due parti.
“Sei morto, amico” sorrise Eric.
Furono le sue ultime parole. Kane gli piantò il moncone della spada sotto la gola.
Affondò, spingendo con forza, mentre quello lo fissava con gli occhi increduli e gonfi di sangue, poi diede un colpo secco verso destra, strappando la pelle del collo del mercenario.
Si udì un rumore liquido e rapido e Eric crollò al suolo, gorgogliando sangue sulla neve.
Arlington uscì dalla trance, in tempo per vedere il suo uomo cadere al suolo.
Urlò, e tentò di fuggire. Fece tre passi, poi cadde al suolo.
Matthew non era un guerriero, ma piantare un pugnale nella schiena a un uomo in fuga era qualcosa che era in grado di fare. Come Arlington cadde al suolo, sentì qualcosa dentro di lui placarsi.
Kane lo guardò:“Tu sei Matthew, il figlio del fabbro…”.
“E tu sei il figlio dei Kane, e mi hai salvato la vita”.
Le urla della ragazza, e la voce della vecchia, li richiamarono alla realtà.
“Adesso ne abbiamo altre due, di vite da salvare, ragazzo”.
Seguendo le istruzioni della vecchia, aiutarono la ragazza a far nascere suo figlio. Era la prima volta che i due uomini assistevano a quella scena. Quando la testa del bambino sbucò dalle gambe della donna, Kane sentì una preghiera affiorare sulle sue labbra.
Non aveva mai visto nulla di simile. Non aveva mai visto sbocciare davanti ai suoi occhi una nuova vita. Quel miracolo era un segno tangibile della potenza del Signore, che veniva a mondare l’empietà del luogo, in quella notte consacrata. Si inginocchiò davanti al bambino appena nato, come se avesse appena assistito alla Natività, e pianse una lacrima, una soltanto.
Matthew invece cadde svenuto nella neve.
“Bisogna esserci abituati” ridacchiò la vecchia.

Era un maschio. Nonostante la situazione, la madre stava bene. Kane la fece riparare in una grotta poco lontano. Non era niente di speciale, ma almeno erano al coperto. Poi si fece raccontare tutto dalla vecchia. Rimase in silenzio a lungo, a guardare la ragazzina e il figlio. Dormivano abbracciati, come se non fosse mai successo niente.
Uscì dalla grotta, e rimase a guardare la neve cadere. La tempesta si era placata, e adesso la nevicata era lenta e silenziosa. Tutto il bosco sembrava il posto più pacifico che Kane avesse mai visto.
“Solomon… ho qualcosa da dirti”.
Era Matthew, che si era avvicinato alle sue spalle. Puzzava ancora di alcool.
Kane lo fissò.
“Stanotte, prima di venire qui… ho cercato di uccidere i tuoi genitori, e… ho picchiato tuo padre. Stanno bene, entrambi. Non avevo alcun odio verso di loro, era solo la follia di un ubriaco. Tu mi hai salvato la vita, e ora ti appartiene. Se vorrai uccidermi, ti prego solo di fare in fretta”.
Kane rimase in silenzio, per un tempo che a Matthew sembrò infinto, fissandolo. Non era possibile decifrare lo sguardo del puritano. Era come se all’interno dei suoi occhi neri si stesse combattendo un furioso duello. Da una parte sentiva il sangue di suo padre urlare vendetta, reclamare la vita di quello stupido ubriacone, ma vi si opponeva la forza e la pace della nascita di quel bambino, l’energia del suo pianto, la vita che in lui scorreva come una promessa di rinascita.
Il pugno destro di Solomon Kane si strinse, poi scattò in un arco fulmineo contro il mento del ragazzo. Matthew fu sradicato dal suolo e ricadde un metro più indietro, con un rivolo di sangue che gli usciva dalle labbra.
Kane rimase immobile, guardandolo con severità, una mano sull’elsa della spada di Eric.
“C’è una donna che ha bisogno di un uomo, e un bambino che ha bisogno di un padre”.
“Ma… io sono solo un ragazzo!”.
“Anche lei è poco più che una bambina. Li hai salvati. Ora dipendono da te”.
Matthew si massaggiò il mento. Ripensò a come Kane aveva ucciso il suo avversario. Ripensò agli occhi di Sarah Kane. Toccò la ferita che Eric gli aveva lasciato sul collo.
Aveva rischiato di morire già due volte, quella notte. Non avrebbe tentato la sorte la terza volta.
“Va bene” sussurrò.
Kane si incamminò nel bosco. Se fosse rimasto ancora lì, avrebbe ucciso il ragazzo.
“Appena puoi, sposa la ragazza. E amala e rispettala. Prega ogni giorno. Forse puoi ancora salvare la tua anima”.
“Ma… dove vai?”.
“A casa. Buon Natale, giovane Matthew”

FINE

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VILLAINS LTD nega di presentare
SHADES & INSOMNIA in:
SHINY HAPPY PEOPLE
di FABIO FURLANETTO

Boston, Massachusetts. La sera del 24 Dicembre, Newbury Street.

Oggi i negozi restano aperti un po’ più del solito, per permettere agli sbadati di comprare gli ultimi regali disponibili. Sulle loro teste una quantità spropositata di luci colorate ed addobbi natalizi, la cui luce si aggiunge a quella delle vetrine.
Da un lussuoso negozi d’abiti escono due persone, un uomo e una donna che indossano occhiali da sole. Lei ha i capelli rossi ed indossa jeans a vita bassa verde scuro ed una maglietta dello stesso colore con la scritta BAD EXAMPLE, ignorando la temperatura invernale.
Lui ha i capelli biondi, unica nota di colore nel suo abbigliamento interamente di pelle nera, guanti ed impermeabile compresi.
Sono rispettivamente Insomnia e Shades, due agenti sul campo di un’organizzazione criminale super-umana chiamata Villains LTD.
Per il resto dell’anno sono assassini professionisti. Oggi stanno facendo shopping.
-Grazie per il consiglio, Shades… i negozi di New York sono allucinanti in questo periodo.
-Con l’organizzazione chiusa non avevo un granché da fare. Credi che anche l’Hydra chiuda a Natale?
-Ehi, se il gran capo dice “tenete un profilo basso” durante le feste, io vado in ferie senza tante storie. Non sei il tipo da spirito natalizio, eh?
-Non capisco perché debbano sempre fare cose del genere – risponde Shades indicando le luci intermittenti.
-L’ombra vivente assassina che detesta le luci di Natale, chi lo avrebbe mai detto…
-Non è solo questo. Potrebbero sacrificare qualche animale come tutti i pagani, invece di rompere le scatole con questa fesseria.
-In che senso, scusa?
-Guardati in giro, Insomnia… a Natale le persone vogliono solo essere rimbecillite da decorazioni barocche che servono solo a perdere tempo e celebrare qualche semidio minore con manie di grandezza.
-E chi dice che debba significare qualcosa, scusa? È divertente e basta. E poi si lavora benissimo: una volta ho ammazzato uno in un centro commerciale il venti Dicembre, in costume; mi hanno scambiata per l’assistente di Babbo Natale e mi hanno lasciata andare!
-Il che dimostrerebbe…? – chiede incerto Shades, sollevando un sopracciglio.
-Non lo so, che non tutti sono più stupidi a Natale. Oh, a proposito, hai visto le magliette che ho rubato?
Dalla borsa di plastica che ha in mano Insomnia prende una T-Shirt dello stesso colore della sua, dalla scritta metallica RUNS WITH SCISSORS.
-Questa è per Turbine. Non è la fine del mondo?
-Non dirmi che hai preso dei regali di Natale per tutti… - risponde, quasi disgustato, l’uomo d’ombra.
-Perché no? Siamo tra i criminali più pagati del Paese, abbiamo una certa immagine da difendere. Oh, questa è per te.
Insomnia prende un pacchetto natalizio avvolto in carta da regalo grigio scuro, e lo avvicina a Shades. Lui si allontana leggermente.
-Il tuo look alla Matrix dà un po’ nell’occhio in estate. Tranquillo, è completamente nera anche questa. E non aprirlo fino a domani!
Shades smette di camminare e prende il regalo. Prima lo guarda incuriosito, poi posa il suo sguardo su Insomnia.
Lei ha un brivido lungo la schiena. Sa che il suo sguardo senza gli occhiali è letale, ma anche da quelle lenti nere esce qualcosa di inquietante…
-Non le hai rubate, vero? Le hai comprate.
-Ehm… beh… anche se fosse? È solo un regalo.
-Già – medita Shades mentre fa scomparire il pacchetto nell’impermeabile – Vedi quel tizio vestito da Babbo Natale?
L’assassino indica l’uomo vestito di rosso ad una decina di metri di distanza, davanti ad un negozio di articoli da regalo.
-Ti do mezzo milione di dollari se lo uccidi. È dieci volte la tariffa standard, ed è un bersaglio facile.
-Non ci penso neanche!!!
-Perché?
-Perché non è… perché non è divertente.
-Stavi per dire perché non è giusto? Perché è Natale? Perché quell’uomo si sente superiore a tutti gli altri vermi che si nascondono dalle ombre del loro animo!?
L’ombra di Shades, finora l’ombra di un normale essere umano, si allarga continuamente e la sua voce diventa rabbiosa, rivelando l’accento tedesco normalmente impercettibile. I suoi occhiali da sole non riescono a frenare un paio di deboli raggi di odio nero ai lati del suo volto.
-È… è solo un tizio vestito da Babbo Natale, Shades… datti una calmata… mi fai…
-Paura? – chiede l’ombra, ritornando alla solita divertita imperturbabilità – È solo che odio questo periodo dell’anno. Non sopporto le cose date per scontate. Resti a Boston stanotte?
-N-no – risponde incerta Insomnia – Penso di no. Senti, ho ancora un po’ di spese da fare… vedo un po’ di fretta, ci vediamo eh? Divertiti!
La donna, fino a pochi secondi fa risoluta assassina, si allontana a lunghi passi. Improvvisamente sta morendo di freddo.
Shades resta per un po’ in mezzo alla strada, a guardare i passanti. Poi riprende il suo cammino, passando proprio di fronte a Babbo Natale.
-Signore – lo chiama l’uomo con la barba finta – Ehi signore, qualche spicciolo per i bambini poveri?
Shades passa oltre, ignorandolo.
-Magari l’anno prossimo, allora! Buon Natale, signore!
Shades si ferma e si volta, fissando l’uomo dritto negli occhi.
-Oh, oh, oh… - canticchia Shades con un tono sempre più basso, sorridendo mentre si toglie gli occhiali.

Boston, Massachusetts. La sera del 25 Dicembre, un lurido appartamento nel quartiere più degradato della città.

Shades apre le finestre della sua stanza per la prima volta. Tutto resta avvolto dall’oscurità più impenetrabile nascondendo reliquie naziste ed i più disparati souvenir dei suoi lavori. Ai suoi piedi della carta da regalo grigio scura, ed il cadavere di un uomo con un’espressione di puro terrore sul volto.
Le luci natalizie appese sulle strade si spengono, così come le luci delle vetrine, degli alberi di natale e di qualunque cosa incontri il cammino dell’ombra della casa di Shades che oggi si estende per tutto il quartiere.
-Ma sì, tutto sommato lo spirito natalizio è divertente… buon Natale, idiota – augura Shades, gettando il regalo di Insomnia sul cadavere di Babbo Natale.
È una maglietta nera dalla scritta grigia IMPROVING SOCIETY ONE DEAD IDIOT AT A TIME.

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Gli X-MEN in:
MARRAKECH
Un racconto di Natale di Pietro H.P.L. Meroni

La vigilia di Natale di quell' anno il fato, o chi per lui, decise di dare ai cittadini di Marrakech qualcosa di cui parlare.
Perchè fu proprio quella sera, vigilia di Natale, che in mezzo alla Piazza degli Impiccati una donna volò via "fino a scomparire alla vista". E portandosi via un uomo, per giunta!
La donna, fu detto al commissario Muftah, era "straordinariamente alta, di pelle scura e di gran portamento. Portava abiti larghi da uomo" - il che significa che portava i pantaloni - "e il capo sempre coperto, non già da un velo ma dallo shesh che si usa fra uomini per andar per deserto".
Secondo alcune testimonianze, a dir il vero ben poco attendibili, la donna aveva i capelli "bianchi: non già biondi o chiari come altri turisti, ma bianchi come il cotone grezzo". Il commissario Muftah si lasciò sfuggire un sospiro, frustò lo schienale della sua sedia e decise di uscire.
Il commissario Muftah aveva trent'anni: il che lo faceva forse giovane agli occhi dei turisti, ma davanti ai propri concittadini era un uomo che deve dimostrar molto. Era sposato, aveva un figlio, e si era fatto tutta la carriera: solo un paio di anni prima faceva ancora la scorta ai turisti che vanno per deserto, dormendo su un vecchio materasso intorno al fuoco, con una coperta di pile da pochi soldi comprata al mercato.
E l' uomo, quello rubato dalla donna, com'era?
Su quel versante le voci erano ancora più confuse. Lo si era sempre visto tutto intabarrato, con la veste lunga fino ai piedi che a Marrakech è la regola, e anche lui lo shesh avvolto non solo intorno alla testa, ma anche lungo il volto. E tutto 'sto mistero, a che serviva? A sparire? E sparire, a cosa serviva?

Per la stragrande maggioranza degli abitanti di Marrakech la vigilia di Natale è un giorno come tutti gli altri. Ma ci sono i turisti, e quelli vogliono mezzo mondo. La vigilia di Natale in molti alberghi si fa la gran cena, e spesso si organizzano spettacolini: un po' di magia, quella spicciola, veloce di mano; un paio di balli che i turisti chiamano "tradizionali"; a volte persino una lotteria.
La coppia degli scomparsi, senza farne mistero, era approdata all' hotel Foucault che si affacciava proprio sulla Piazza.
Il commissario sbirciò il registro. Lesse il primo cognome. Americani, pensò. Come l' attrice. Lesse il secondo. No, europei. Come il musicista. Una coppia mista. Di quelli che girano il mondo a naso all' aria, alla ricerca della felicità. Il commissario Muftah ripensò all' intendente capo che gli scodellava il caso sulla scrivania, con il suo solito mezzo sorriso. Che razza di seccatura era? E poi, una donna che vola via? Eh sì, ma l' avevano vista in più di cento persone...
Il commissario passò tutta la mattina di Natale a chiacchierare con i camerieri. Era fortunato: al Foucault c'era gente che le lingue le sapeva veramente. Sì, un paio dei ragazzi avevano avuto a che fare con la coppia. Qualcuno andò a chiamarli.
Il commissario Muftah uscì sulla Piazza degli Impiccati. L' aria era calma, il cielo terso. La Piazza aveva un che di pigro che al commissario piaceva molto. Non si stava affatto male.

Quella sera, tornando a casa, il commissario Muftah si fermò a far quattro chiacchiere con alcuni suoi conoscenti, commercianti nel suk. Le vie strette profumavano di paglia e di cuoio. Parlarono di quello che era successo, naturalmente. Nessuno era più di tanto stupito. Cosa c'era da essere stupiti, in fondo?
Dopo cena, il commissario si sedette alla piccola scrivania che aveva messo in un angolo del salotto e si mise a riordinare le idee. Aveva le deposizioni di otto, fra camerieri e portinai. E tutti quanti, come è d'obbligo a Marrakech, si erano peritati di ascoltare le conversazioni della coppia. Se fosse riuscito a mettere in ordine tutti i dialoghi che lo guardavano dai verbali, forse ci avrebbe capito qualcosa. Ammesso che ci fosse qualcosa da capire. Alle sei del mattino successivo il commissario Muftah separava la propria schiena dallo schienale della sedia, si sfregava gli occhi e andava a dormire.

La coppia era arrivata a Marrakech il 23 dicembre. Si erano fermati a lungo sulla terrazza dell' hotel, che sovrasta la Piazza, a prendere il tè. I camerieri avevano captato pezzi di dialogo che il commissario aveva messo in quest'ordine:
LUI: - ... in un certo senso è un tornare a casa?
LEI: - Casa mia è molto distante, Kurt. Io abitavo al Cairo.
- Perchè qui, allora?
- Perchè? Perchè è bello. Non trovi?
- Non mi sento molto a mio agio. Troppa gente.
- Dovresti rilassarti, Kurt. E poi potresti sempre usare il tuo (qui il cameriere non aveva capito la parola) d' immagini.
- Ho giurato a me stesso che non lo userò mai più. Quei giorni sono finiti.
- E allora? Credi che Marrakech non sia pronta per Kurt Wagner?

Cosa strana, ma poi non più di tanto, i due avevano camere separate. Questi viaggiatori normali, normali non sono mai. La donna aveva spedito un pacco. L' addetto alla reception se lo ricordava bene perché era stato ritirato dalla MTL e lui non aveva mai visto un corriere della MTL prima. Aveva la pelle rosa fosforescente e colava grasso.
Il pomeriggio stesso, mentre erano sul terrazzo, la donna aveva ricevuto una telefonata. Si era profusa in sorrisi e il cliente del tavolo a fianco, un olandese che aveva voluto fare una deposizione spontanea, aveva avuto la netta impressione che dall' altra parte del telefono stessero ringraziando, come per un regalo. Poi i due avevano parlato un poco:
LUI: - Possibile che sia già arrivato?
LEI: - A dire il vero mi aspettavo prima. L'ho spedito con MTL.
- Ah, già. Sai Ororo, in un mondo perfetto, un' azienda come MTL non avrebbe più concorrenti da un pezzo.
- Al contrario, Kurt. In un mondo perfetto, MTL avrebbe molti concorrenti, che come lei utilizzano teleporta!
Poi la donna aveva detto qualcosa come "farti direttore generale" e i due avevano riso.

- E che c'è di male? Comprano pure loro! - gli aveva detto uno dei suoi conoscenti quel pomeriggio.
Il commissario si era raddrizzato sulla sedia, facendo scrocchiare le vertebre. Già, c'era arrivato persino lui. Mutanti. Così si spiegava tutto. Compreso quel mezzo sorriso dell' intendente. Una trappolina, un sassolino messo apposta sotto il suo sandalo. Il commissario Muftah sapeva benissimo che non sarebbe stato l' ultimo.
La donna, accertò poi - più per propria curiosità che per altro - aveva acquistato le cose che tutti i turisti acquistano. Ma al commissario non sfuggì che ci sapeva fare. I tappeti, dopo aver fatto passare cento botteghe, li aveva acquistati da uno dei migliori. Lo stesso dicasi per i tessuti colorati. Era addirittura scesa al suk dei tintori, che nessun turista ci va mai. Qualche oggettino in legno. Persino qualche libro. In arabo.
Eh sì, meno male che compravano anche loro, come tutti gli altri.

La sera, la sera del 24 dicembre, i due non avevano partecipato alla cena di Natale dell' albergo. Al contrario, l' avevano passata in Piazza, mangiando ai banchetti. Si erano confusi in mezzo alla gente, erano spariti come sciarpe al vento in quell' atmosfera di luci sospese, bianco e arancione, piastrelle colorate, legno consunto, vecchie automobili che correvano intorno. I loro ampi vestiti gonfi d' Africa, come quelli della gente di lì, i loro sandali così diversi dalle scarpe da trekking dei turisti. Eppure, cos'era più vero? Quei turisti, con le loro scarpone a proteggerli dalla polvere d' Africa, o quei due, che venivano d' America, vestiti come la gente di lì, quasi ad imitarli, a scimmiottarli?
Al commissario erano rimasti pochi brandelli, colti qua e là. Il resto lo aveva giuntato a sputi e fantasia, e si immaginò così la scena:
LUI: - Madamigella, non mi hai ancora detto che regalo vorresti per Natale! Il tempo sta scadendo!
LEI: - Perchè non provi ad indovinare?
- Mein Gott! Non c'è nulla di abbastanza bello per te in tutta questa città! Ma tu parla, e io ti regalerò ogni cosa che mi chiedi.
- Adulatore! Ma in fondo hai ragione. Voglio che questo mondo sia sempre più nostro, Kurt. Voglio che ci possiamo camminare a testa alta, e coglierne la bellezza sotto gli occhi di tutti. Mai più di nascosto, mai più in segreto. Puoi regalarmi questo?
A questo punto, l' uomo doveva aver riflettuto un istante. Sì, certo, non poteva che essere così. E poi aveva detto:
- Ci hai mai pensato? Forse è proprio questo che fa paura, di noi. Che possiamo cogliere bellezze del mondo che gli altri non possono. Forse è solo una grande, enorme questione d' invidia. William Blake ha scritto che un saggio non vede un albero allo stesso modo di uno stolto.
- Questo è sicuro. E ben pochi vedono il mondo come lo possiamo vedere io e te, Kurt. Ma non vi rinuncerò.
- Nemmeno io. Ma non saprei come fare per regalartelo!
- Invece puoi!
- E come?
E lei aveva detto, e sicuramente aveva sorriso, sì, come solo le donne sanno sorridere:
- Basta che mi stringi la mano.
Da quel punto le deposizioni, salvo minimi particolari, coincidevano tutte. Un improvviso vento si era levato, fortissimo e del tutto inaspettato. Ma non aveva rovesciato nessuna bancarella, e non aveva strappato nessuna tenda, e non aveva fatto cadere nessun cappello. Soltanto le vesti della donna si erano gonfiate, come se il vento emanasse da lì, e poi, rapiti come da un risucchio nel cielo, i due erano volati via, l' uomo stretto alla mano della donna.
Alcuni dei più vicini alla scena credevano di aver udito un grido, altri una risata, ma non si era riusciti a venire a capo di nulla fino a che un turista tedesco non ne aveva dato conferma. L' uomo, già preda del cielo, aveva urlato:
- Unglaubliiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiich!

FIN

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CAPITAN AMERICA-DEVIL-IRON MAN in:
UN SEMPLICE RACCONTO DI NATALE
di CARLO MONNI

È la vigilia di Natale. Le strade sono illuminate, i supermercati sono affollati di genitori che si affrettano a comprare gli ultimi regali e di bambini che, seduti sulle ginocchia di Babbo Natale, esprimono i loro desideri al simpatico vecchietto. Le famiglie si preparano a riunioni che si sperano festose, i rametti di vischio attendono chi, passandovi sotto, si darà il tradizionale bacio. Natale. Un giorno di speranza per uomini e donne di buona volontà. Il giorno giusto per credere alle favole, se volete.

Per la maggior parte della sua vita, il Natale ha avuto scarso significato per Anthony Edward Stark. Uomo pragmatico e razionale, abituato a credere solo a ciò che può essere verificato sperimentalmente con metodo scientifico, ha presto escluso la religione dalla sua vita. Neppure le esperienze strane che ha avuto nel corso degli anni nei panni del supereroe Iron Man hanno scosso il suo scetticismo, ha sempre trovato un modo per razionalizzare quegli eventi. Niente di strano, quindi, che non abbia mai particolarmente celebrato il Natale. Questo era vero sino ad oggi, però, perché nel corso dell'ultimo anno la sua vita è stata sconvolta dalla scoperta di avere una figlia di 11 anni, nata da una sua vecchia relazione. E come se non fosse abbastanza, ecco anche la scoperta che il suo primo amore adolescenziale aveva dato vita ad un altro figlio, un maschio di circa 20 anni. Dulcis in fundo, aveva deciso di adottare un bambino verso cui si sentiva, per motivi troppo lunghi per spiegarli adesso, responsabile. Questo lo aveva inevitabilmente portato verso una delle più inevitabili iatture della civiltà occidentale: una riunione familiare natalizia. Una prospettiva più terrorizzante di uno scontro con Ultimo e Ultron messi insieme. A tutto questo pensa, mentre si trova a guardar fuori dalla finestra del suo attico con lo sguardo corrucciato. Pepper Potts gli si avvicina quasi senza essere sentita e gli si rivolge:
-Sei preoccupato?-
Tony fa un sorriso forzato e risponde:
-Un po', non sono abituato a fronteggiare situazioni simili. Temo di scontare gli effetti di una vita solitaria e… si… con te posso ammetterlo… sono spaventato. Nella mia vita, che lo volessi o meno, ho sempre finito per deludere o per fare del male a coloro che ho amato e ora… non so se sarò all'altezza. Non voglio deludere Kathy… o Andy.-
Pepper gli accarezza una guancia con tenerezza.
-Ce la farai.- gli dice -Io ti conosco bene, Tony, tu sei un uomo buono, è solo che a volte sei il primo a non crederci. Vincerai questa sfida, vedrai.-
Lui la fissa negli occhi verdi e replica:
-Quando sei tu a dirmelo, riesco a crederci sul serio. Ad essere onesti, quel che mi mette a disagio è che Joanna verrà con suo marito e tu sai che dire che non andiamo d'accordo è un eufemismo a dir poco. E poi Meredith ha insistito per invitare… Philip e… beh, tu sai…-
-So che quel ragazzo è tuo figlio e che prima o poi dovrete entrambi imparare a convivere con questo fatto. Su, abbi fede, per una volta tanto. Questo pranzo di Natale andrà bene, ne sono convinta.-
Belle parole, pensa tra se l'intraprendente rossa, ma ci credo sul serio?

Deborah Harris si stringe al braccio di Matt Murdock e dice:
-Immagino che non ci sia niente che potrei dire per dissuaderti, vero?-
-Ho promesso a Padre Gawaine che l'avrei fatto.- risponde Matt scuotendo la testa -Conta su di me. Natale è un periodo duro per quella zona. Il numero di senzatetto che si rivolgono alla Mensa gratuita del Convento aumenta in maniera esponenziale il giorno di Natale, per questo ho mobilitato un po' di gente che conosco per questo servizio di volontariato, ma tu vai pure a pranzo dai tuoi.-
Debbie resta un attimo in silenzio e poi…
-Sai? Credo che verrò a Hell's Kitchen con te, dopotutto. Mi farà bene stare a contatto con della gente vera almeno una volta all'anno.-
-Ne sei sicura? Forse ci sarà anche Foggy e potrebbe essere imbarazzante.-
-Non posso continuare ad evitare il mio ex marito per sempre, sai? Dopotutto lui sa di noi e lo ha accettato, no? E poi… credo che sarà con quella Allen e suo figlio oggi.-
-Già. Lo immagino. Beh, ti ringrazio, significa molto per me che tu voglia condividere questa parte della mia vita.-
Specialmente, se consideriamo che ti tengo al di fuori da un'altra parte molto importante di essa, pensa Matt, alludendo alla sua attività nei panni del supereroe Devil. Se è fortunato, però, oggi non dovrà preoccuparsi di questo.
Nel suo tipo di lavoro la fortuna non è una compagna abituale, ahimè.

Con un po' di fortuna, pensa Jeff Mace, sarà a Boston in tempo utile e se è ancora più fortunato non ci saranno crisi mondiali che richiedano l'intervento dei Vendicatori o del solo Capitan America sino all'indomani, o almeno sino a dopo pranzo. Forse il giorno di Natale anche il Teschio Rosso e l'Hydra si prendono un attimo di pausa. Difficile, ma sperarlo è lecito, no?

New York è una grande e ricca città e negli ultimi anni, bisogna riconoscerlo, l'Amministrazione Cittadina ha fatto enormi sforzi per assicurare ai suoi abitanti un tetto ed un luogo sicuro in cui vivere. Ciò non toglie che in alcune zone della città il confine tra la vita e la morte sia molto sottile, anche il 25 dicembre.
In seguito le inchieste accerteranno che tutto è stato causato da una stufa a gas in uno squallido appartamento in cui il riscaldamento non era funzionante. La palazzina avrebbe dovuto essere abbandonata, ma ditelo ai suoi occupanti. L'esplosione sventra un intero piano ed un incendio si sviluppa in pochi secondi avviluppando la palazzina tra alte fiamme. Le grida che si sentono venire dall'interno chiariscono la gravità della situazione.

È una città martoriata questa, ha sofferto e pianto, ma non ha perso la speranza. Nel giro di poco tempo i mezzi dei Vigili del fuoco sono sul posto e fanno quel che sanno fare meglio.
Il Comandante John Cullen Murphy è un grosso (magari anche grasso) irlandese dal volto rubizzo, ma sa il fatto suo. In cuor suo maledice il fato che ha fatto accadere l'incendio in un momento in cui il Dipartimento è sott'organico per le feste, ma del resto la maggior parte dei ragazzi si era guadagnata ampiamente il diritto di passare una giornata coi propri cari. Ce l'avrebbero fatta ugualmente.
<<Vi serve una mano, Comandante?>>
Al suono della voce metallica, Murphy si volta per trovarsi di fronte ad una figura in armatura rossa ed oro.

Pochi minuti prima. La notizia è già arrivata ai media e Tony Stark l'ha appena sentita. Per uno come lui il pensiero è azione. Si volge verso Pepper, ma non ha nemmeno bisogno di parlare:
-Lo so.- dice lei -Va a fare ciò che devi. Se gli altri dovessero arrivare, troverò una scusa io, su, muoviti!-
-Sei impagabile, lo sai?- replica lui.
-Me lo ricorderò quando ti chiederò il prossimo aumento, ora fila!-
Il tempo di infilarsi l'armatura ed Iron Man è sulla via del suo obiettivo.

Murphy guarda il nuovo arrivato e risponde:
-Certo che mi servirebbe aiuto. Questo posto era fatiscente. Se ci fosse qualcuno di intelligente al Municipio sarebbe stato abbattuto da qualche tempo, invece era occupato da chissà chi, probabilmente senza tetto o immigrati illegali. Fatto sta che c'è gente intrappolata la dentro e non so se riusciremo a tirarla fuori in tempo.-
<<A questo vedo se riesco a provvedere io, lei ed i suoi uomini tenetevi pronti.>>  dice Iron Man
-Ehi, pronti a cosa?- chiede Murphy, ma il cavaliere dorato è già scomparso, sospinto in aria dai suoi jet.
Spegnere l'incendio non sarebbe difficile, gli viene in mente più di un modo per riuscirci, il problema è farlo senza fare del male a chi è dentro il palazzo. D'altra parte, se non agisce subito, sono spacciati comunque. Ci sta giusto pensando quando vede una figura lanciarsi dentro una delle finestre. Magnifico, pensa. A quanto ne sa ci sono solo due pazzi in costume capaci di buttarsi nel fuoco senza riflettere, ma l'altro ha il costume bianco rosso e blu e non lo chiamano l'Uomo senza Paura.

Forse non è stata la mia mossa più intelligente, pensa l'uomo chiamato Devil, ma non potevo starmene in disparte a veder morire qualcuno. Spero che Debbie non se la prenderà se dovessi arrivare in ritardo, se riuscirò ad arrivare vivo all'appuntamento, s'intende. Ora è il momento di usare i miei sensi al loro massimo.
<<Ti hanno mai detto che sei eccessivamente temerario, Devil?>> chiede la voce elettronica di Iron Man, entrato improvvisamente da una finestra.
-Di tanto in tanto.- risponde Devil -Ora fai silenzio, mi è sembrato di sentire…-
<<Cosa?>>
-Silenzio, ho detto!- intima Devil, poi si sforza di cogliere ancora il rumore che ha sentito poco prima. Si concentra, escludendo il crepitio delle fiamme, il basso ronzio che viene dall'armatura di Iron Man, lotta per non pensare all'incendio che li circonda ed infine… lo sente: è un grido d'aiuto, molto flebile.
-Di là! C'è gente, due bambini, forse tre!-
<<Come fai a…?>>
-Non c'è tempo, bisogna agire adesso!-
<<Ok! Vediamo se questo funziona!>>
Dall'armatura un getto schiumogeno si sparge in giro soffocando le fiamme al piano ed ecco che…
<<Ora li sento anch’io… sono dietro questa porta, adesso….>>
-No! Aspetta, non…-
L'avvertimento di Devil arriva tardivo. Non appena la porta viene sfondata dal calcio di Iron Man una tremenda fiammata esce dalla stanza ed avvolge l'eroe in armatura.

Pochi minuti prima. Il Comandante Murphy si chiede se tutto andrà bene. Di certo i suoi uomini non potrebbero raggiungere il piano in tempo per salvare chi vi si trova. Non resta che sperare.
-Quello che è entrato era Iron Man e con lui c'è Devil, giusto Comandante?- la voce del nuovo venuto è calma, o almeno questa è l'impressione che vuole dare.
-Cosa? Oh è… lei. Si, erano loro, immagino che vorrà andar loro dietro.-
-Immagina giusto, se vuole scusarmi…-
E così dicendo, il nuovo venuto balza sul cofano di un'auto e con lo slancio ottenuto si aggrappa ad un cornicione, per poi saltare ancora più in alto e tuffarsi infine dentro una finestra.

Per sua fortuna Devil era lontano da Iron Man. Testa di ferro ha commesso l'errore di dimenticare cosa può accadere quando si apre la porta di un locale incendiato. Nessun problema per lui, quell'armatura può assorbire di peggio, ma adesso c'è molto da fare. Il fumo non ostacola i sensi di Devil, che individua rapidamente tre sagome rannicchiate in un angolo, ma le fiamme sono tutt'altra cosa, non sono altissime, ma il calore che emanano è sufficiente a dare problemi ai sensi supersviluppati dell'eroe cieco, ma aspetta… cosa sta accadendo? Qualcuno ha sfondato la finestra ed è entrato. Devil non riconosce il battito, ma riconosce l'oggetto che il nuovo arrivato stringe nella mano destra, è decisamente inconfondibile.
-I bambini sono accanto a te, sulla tua sinistra!- urla Devil - Si, laggiù, li vedi?-
-Si.- risponde l'altro -Coraggio bambini, andrà tutto bene.-
Sono un maschio e due femmine, non hanno più di sei anni. Asiatici, non saprebbe dire con certezza di che nazione: Coreani o forse Vietnamiti, ma che importa? Si china su di loro ed una delle bambine chiede in un inglese passabile:
-Sei… sei un angelo?-
-Non esattamente.- risponde lui con tono tranquillizzante -Ma io ed i miei amici vi porteremo fuori da qui, promesso. Ora aggrappatevi a me, su presto.-

Per Iron Man è stato un momento imbarazzante, ma ora è passato. Riconosce anche lui il nuovo arrivato e non perde tempio ad impartirgli ordini:
<<Tieni stretti i ragazzi, alle fiamme penso io!>>
Ancora una volta l'uniraggio fa il suo lavoro e la stanza è liberata dalle fiamme.
<<Su, venite ora!>>
È Devil a sentire per primo il pericolo ed urlare:
-Attento! Il pavimento!-
Troppo tardi, il pavimento cede improvvisamente, inghiottendo il salvatore e due bambini aggrappati a lui. Devil salta, riesce ad afferrare la terza bambina ed a saltare lontano prima che il soffitto della stanza crolli anch'esso.
<<NO!>> urla Iron Man.
-Troppo tardi, dobbiamo uscire, ormai.- gli si rivolge Devil.
Iron Man esita solo un istante, poi afferra Devil per il bavero e vola oltre quello che è e rimasto del muro.

Sono fuori dall'edificio, avvolto da una coltre di fumo e polvere che lo copre alla vista, poi... ecco che qualcosa si muove, emerge da quella cortina polvere: è un uomo che stringe al petto due bambini, è Capitan America!
<<Come hai fatto?>> gli chiede Iron Man.
-Ad essere onesto non lo so.- risponde Capitan America -Quando il pavimento è crollato mi sono stretto ai bambini ed ho cercato di attenuare la caduta, come mi era stato insegnato, pare che abbia funzionato.-
-In una caduta di tre piani e senza un graffio? Sei davvero molto fortunato amico, oppure….-
<<Non dirlo, ti prego.>>
-Un mio amico prete lo direbbe sicuramente, ma io lascerò perdere, se desideri. Ora, se volete scusarmi, ho qualcosa da fare. Sapete, è Natale.-
Mentre Devil si allontana, Cap si porta le mani alla fronte.
-Cavoli, ho perso il treno per Boston. Non arriverò mai in tempo per il pranzo coi miei.
<<Aspetta un attimo.>> dice Iron Man, poi si zittisce per qualche minuto <<Il Jet personale di Mr. Stark ti aspetta sulla pista del J.F.K. pronto al decollo.>>
-Cavoli, grazie.-
<<Beh credo sia il meno che potrei fare in questa giornata.>>
-Che ne sarà dei bambini?-
<<Se riusciranno a rintracciare un parente lo affideranno a lui, o altrimenti penso che finiranno in qualche orfanotrofio..>>
-Falcon era nei Servizi Sociali, forse conosce qualcuno che può prendersi a cuore la pratica.-
<<Ottima idea ragazzo, ora muoviti, se non vuoi arrivare in ritardo.>>
I due eroi si separano ed Iron Man punta diritto alla Stark Tower.

Hell's Kitchen, Chiesa di Nostra Signora della Provvidenza. Suor Maggie gira tra i tavoli del refettorio. In questa giornata c'è sempre un sacco di gente in più. Certo ci sono i ragazzi, i Ciccioni, come si fanno chiamare. Li conosce da quando erano bambini ed ora stanno diventando adulti in un modo troppo duro, forse, ma lei non cessa di pregare per loro, come non smette di pregare per Matt. Ed eccolo arrivare, puntuale come aveva promesso, e non è solo. Maggie gli va incontro assieme al parroco, Padre Sean Patrick Gawaine.
-Benvenuto, Matt.- lo saluta quest'ultimo -Vedo che hai portato amici. Mr. Nelson, mi dispiace che la mia mensa sia troppo povera per un Procuratore degli Stati Uniti.
-Oh, non ha importanza.- risponde Franklin "Foggy" Nelson.
-Non si preoccupi, Padre.- interviene Elizabeth Allen Osborn, la fidanzata di Foggy -Preferisco essere qui che in altri posti. Ho sempre pensato che è bene vedere coi propri occhi la gente meno fortunata, forse se lo facessero tutti, si deciderebbero a fare qualcosa di concreto per loro, finalmente.
-Amen, ragazza mia - commenta Suor Maggie, poi si rivolge a Matt -Ragazzo mio, sbaglio o odori leggermente di fumo? Sei sicuro di esserti fatto una doccia prima di venir qui?-
Matt sorride imbarazzato e Maggie ride, poi prende per meno Deborah Harris.
-Beh, Miss Harris, magari mi può dare una mano in cucina, mi dicono che non le dispiace sporcarsi le mani ogni tanto.-
E Matt si lascia andare ad un vero sorriso.

Boston. Il taxi si ferma di fronte alla casa di arenaria nel quartiere di Beacon Hill e ne scende Jeff Mace. Sulla soglia ci sono suo padre Will, sua madre Dorothy e le sue sorelle Elizabeth e Roberta.
-Bentornato a casa, figliolo.- lo accoglie sua madre -E Buon Natale.
A casa? Si, è a casa finalmente.

Stark Tower. Tony non lo ammetterebbe mai con nessuno, ma la sua mano trema impercettibilmente. Quasi non volendo, pensa che c'è ancora il tempo necessario perché arrivi un segnale d'emergenza, poi pensa alle persone che deluderebbe, specialmente Kathy, per non parlare dell'impegno che si è assunto col piccolo Andy. E mentre pensa ad Andy, il suo ricordo torna a parecchi anni fa, ad un uomo ed una donna soli con sé stessi in un androne, durante una tempesta di neve. Gretl Anders morì quella notte per dare la vita a suo figlio ed insegno a Tony che la speranza esiste sempre, una lezione che non vuole dimenticare. Sfodera il suo migliore sorriso ed entra nel salone.
-Salve, scusate il ritardo.-
Sono tutti lì ed incredibilmente gli sembra la cosa più naturale del mondo: Joanna Nivena con Katherine e l'altro figlio Howard Jr. e poco lontano il marito di lei, Howard Finch, che non nasconde il disagio e forse qualcosa di più.
-Dovevo aspettarmelo da te, Stark.- borbotta.
Meredith McCall è splendida. Guardarla gli ricorda i giorni dorati e le notti di fuoco dei passati anni dell'adolescenza. Il ragazzo dietro di lei gli rammenta che c'è altro di quei giorni che è rimasto, oltre ai ricordi.
-Ciao Tony.- gli dice lei -Come vedi Philip ha deciso di accettare l'invito.-
-Già.- commenta Philip Grant, detto il Corvo -E mi chiedo perché.-
-Non sei il solo, ragazzo.- replica Tony -Uhm, vedo che ti sei messo addosso qualcosa di decente, tanto per cambiare.-
-Puoi ringraziare Meredith, per questo. La mammina sa essere convincente quando vuole, paparino.-
Tony trova quel, ragazzo sempre più insolente, ma è suo figlio e non può farci niente. Si allontana ed il suo sguardo cade sugli altri ospiti. Perfino suo cugino Morgan è venuto e si è portato dietro la sua ex moglie Shirley con il figlio Arno. Una vera riunione di famiglia. In quella sala ci sono quasi tutte le persone che hanno contato e contano nella sua vita, peccato che manchi Rhodey, ma in vista del matrimonio ha preferito passare il Natale coi suoi genitori a Philadelphia assieme a Rae. Non può biasimarlo, proprio no.
-Sempre nervoso, Tony?- gli chiede Pepper avvicinandoglisi con in braccio il piccolo Andy.
-Va un po' meglio.- confessa Tony prendendo in braccio il figlio adottivo -Immagino che sopravvivrò a questa giornata e, chissà, alla fine mi potrei anche divertire.-
-Ottimismo, ecco quel che ci vuole in un giorno come questo.-
-La cena è pronta, signori!- annuncia un impeccabile maggiordomo.
Tony prende Pepper sottobraccio ed insieme si avviano al tavolo. Sì, pensa Tony, alla fine sarà una bella giornata. Se tende l'orecchio, gli sembra quasi di sentire i cori di bambini giù in strada e con l'immaginazione anche la voce di Bing Crosby con il suo immancabile classico. Forse non sarà un Bianco Natale, ma, chissà, può almeno sperare che sia un Buon Natale.

FINE

******

NATALE È PROPRIO TEMPO DI FAVOLE:
di rossointoccabile

con (in ordine rigorosamente casuale)

il Grinch
Babbo Natale (prima e dopo il restyling pubblicitario)
il fantasma del natale passato
il fantasma del natale presente
il fantasma del natale futuro
Ores… ehm, volevo dire Howard il papero
svariati supertizi Marvel che sarebbe veramente troppo lungo e fastidioso elencare

atto primo

Facendo appello alle sue capacità soprannaturali (una viscida capacità di sgusciare, soprattutto) il piccolo essere verde si introduce nei condotti di ventilazione, improvvidamente lasciati troppo larghi e resistenti di quanto non servisse per la loro funzione principale.
L'AIM, notoriamente, tende ad essere notevolmente trascurata rispetto a questo aspetto della sicurezza. Soprattutto nelle sue installazioni completamente automatizzate (come è questa) tende ad aggiungere dei superflui, enormi, condotti di ventilazione, sostanzialmente privi di protezione e sistemi di sicurezza.
A imperitura testimonianza dell'insufficienza strutturale dell'intelligenza meramente scientifica.
La creatura giunge nella sala meno sorvegliata dell'intera istallazione.
All'interno, assolutamente privo di telecamere, due adattoidi imbracciano colossali e assolutamente non maneggevoli fucili fantascientifici, con 32 canne, cinque impugnature e un solo grilletto.
Gli adattoidi hanno, ovviamente, solo due braccia.
Altrettanto ovviamente danno le spalle al solo oggetto di una qualche rilevanza che si trovi nella sala.
L'appena terminato nuovo tentativo dell'organizzazione di ricreare il Cubo Cosmico.
La creatura si cala lentamente verso l'oggetto, avvantaggiata dal fatto che i complessi sistemi di rilevamento degli adattoidi sono settati sull'opzione sensi umani. Quattro, tanto per abbondare.
Allunga la mano verso l'oggetto traslucido.
Non appena lo tocca si produce un lampo abbagliante.
Gli adattoidi, che a questo punto non riescono più a trovare una ragione per ignorare l'intruso, si voltano lentamente. Evidentemente il selettore dei loro riflessi, settato su stop motion, è malfunzionante.
I colossali fuciloni si trasformano in altrettanti serpenti velenosi, che li mordono.
A discapito dell'intruso possiamo dire che non gli è stato mai attribuito un cervello funzionante. Si può intuire da soli, il perché.
I serpenti, ovviamente, si rompono le zanne e strisciano via a leccarsi le ferite.
Gli adattoidi, i cui sofisticati cervelli elettronici sono stati, inevitabilmente, settati su "reattività AIM standard" approfittano di questo errore del loro avversario per guardarsi negli occhi stupiti dalla sua stupidità.
Questo gli da il tempo di ricevere il segnale rallentato del suo unico neurone funzionante.
Semplicemente, gli adattoidi si spengono.
Dopo questa inutile e grottesca battaglia il Grinch finalmente realizza che è possibile utilizzare la virtuale onnipotenza del Cubo per fuggire.
- Al polo nord. - Verbalizza, inutilmente. Il Cubo, infatti, reagisce alla volontà di chi lo usa, non alle sue parole. Ma in questo caso, forse, le due cose corrispondono.
Comunque sia, con un lampo di luce assolutamente pleonastico, il Grinch sparisce.
A questo punto gli allarmi iniziano a suonare. Cosa utilissima, essendo il complesso assolutamente automatizzato.

atto secondo

Il Polo Nord è un bar non troppo malfamato il cui si riuniscono per lo più single senza più speranza, perditempo vari e taxisti in pausa.
Ores… ehm, Howard sta fissando la sua quarta birra, mentre rilette sull'ingiustizia della vita, del cosmo e dello sbirro idiota che gli ha sequestrato la macchina perché andava a 48 con il limite di velocità a 50.
Non sta riflettendo sull'opportunità o meno di bersi questa ennesima birra, né di continuare a masticarsi o meno il sigaro puzzolente che ha nel becco.
Sta riflettendo piuttosto sul fatto che questa è l'ultima, infatti i pochi spiccioli che ha in tasca non sono sufficienti a pagarsene un'altra.
Maledice il tragico destino che lo ha portato in questo bar di merda in cui ti fanno pagare le consumazioni una per una.
Una stupenda vigilia di Natale, non c'è che dire.
Non che lui abbia mai attribuito una qualche marginale importanza a questa festa e men che meno al fatto che a Natale le cose potessero andare meno male del solito, ma è comunque una buonissima ragione per piangersi addosso.
Allunga l'ala prensile verso il bicchiere e si scola il primo, lungo sorso.
Poi si rivolge alla barista. - Ehi, Peggchy, Perch casho… - qui si interrompe, si gira verso l'ipotetico quarto muro. Il suo sguardo assomiglia a quello di chi sta fissando un idiota particolarmente fastidioso.
- Parlcho con tche, shcrittschorucolo da quattrcho sholdi. Non mi shtcharai conchfondendoch con un altchro papero?-
Ehm.
Poi si rivolge alla barista - Ehi, Peggy, non è che per caso puoi farmi credito, almeno per una volta? -
La barista, di solito molto affabile, non sente la domanda.
In maniera fin troppo evidente.
*Beh, finiamo 'sta birra e filiamo a casa. Da qualche parte dovrebbe esserci qualche fondo di bottiglia da recuperare.*
Proprio in quel momento un affaretto verdognolo, un po' più basso di Ores… ehm, Howard appare dal nulla, con un lampo di luce assolutamente superfluo. Si trova a quasi mezzo metro da terra, cosa che, non avendo pensato a volare, lo porta immediatamente a precipitare al suolo.
O meglio, a rovinare addosso a Ores… ehm, Howard e la sua birra, che si sparge sul bancone ad una velocità leggermente superiore a quella della luce.
Ovviamente né la frizione né l'onda d'urto di questo evento, del resto fisicamente impossibile, producono il benché minimo effetto.
Tranne il fatto che il papero si rialza con un'espressione omicida (grinchicida, in realtà) negli occhi.
- Quack. - Il papero si volta verso il quarto muro, negli occhi una profonda e insaziabile sete di sangue.
Poi decide di concentrarsi su cose più importanti. -Ehi, mi devi una birra. -
Il Grinch si rialza, confuso. - Ma dove siamo? -
- Siamo nel Polo Nord, e tu mi devi la birra che mi hai appena rovesciato, un enorme sconfinato boccale da cinque litri -
Ores… ehm, Howard incrocia le dita dietro la schiena.
- Ma porc… - Il Grinch è visibilmente contrariato. Ma, invece che dilungarsi in una lunga e assolutamente inutile battaglia decide di andarsene immediatamente. - Insomma, voglio andare nella casa di Babbo Natale -
E svanisce, lasciandosi dietro, in maniera assolutamente inspiegabile, un portale che si ostina a restare aperto, benché non ve ne sia assolutamente nessun bisogno.
- La mia birra - urla Ores… ehm, Howard, gettandoglisi dietro.
Con un sospiro soddisfatto il portale può finalmente chiudersi.
A questo punto, tutti continuano indifferenti ad occuparsi delle loro vite, assolutamente inutili, ai fini di questa storia.

atto terzo

Beverly Hills, sotto Natale è, se possibile, ancor più la capitale del cattivo gusto.
In una villa, che definire pacchiana, anche non tenendo conto degli addobbi invernali, sarebbe riduttivo, un vecchio uomo alquanto corpulento sta sdraiato su un materassino, al centro di una piscina in cui è contenuto, approssimativamente, il fabbisogno annuo d'acqua dell'intero continente africano.
L'uomo indossa un costume rosso, contornato di pelliccia sia attorno alla vita che attorno alle gambe.
La pelliccia è bianca, immacolata come la lunga e folta barba.
In lontananza (in realtà non distante dal bordo della sconfinata piscina) si scorge un gruppo di elfi che sta lavando una pacchianissima slitta.
Il Grinch si materializza in mezzo alla piscina e cade in acqua.
Esce furioso e grondante. Guarda, senza capire, il vecchio in mezzo alla piscina.
Poi una balzana idea si fa strada nel suo unico neurone.
- Ma tu… -
- Ma certo, figliolo. - Il vecchio parla ridacchiando in maniera ridicola. - Non penserai che me ne stia affondato tutto l'anno fra i ghiacci del nord mentre le mie fabbriche producono i balocchi. Automazione, è questo il futuro. Intanto io mi godo i proventi in questo sobrio angolo di mondo. -
- Ma, e i balocchi fatti a mano? E le letterine, gli elfi…? -
- Non parlarmi di quei mangia a ufo. Alcuni li ho riciclati come servitù, la maggior parte li ho mandati a spasso. Pensa che dopo tutto il lavoro che gli ho dato mi hanno citato, vogliono che gli paghi gli arretrati. Gli arretrati, come se non avessi di meglio da farci, coi soldi, che pagare i loro stipendi arretrati. Ma la vedranno. -
- Oh, taci. - Il Grinch agita, inutilmente, il Cubo Cosmico, che, rispondendo alla sua volontà (miracoli della rabbia) congela l'intera piscina, estendendo il ghiaccio anche ad avvolgere la figura di Babbo Natale.
- Ora, mentre penso a cosa fare di te, nessuno lascerà questa villa. -
*Merda.* pensa Ores… ehm, Howard, inspiegabilmente comparso dietro una siepe, invece che sopra la piscina.
E sgattaiola dentro la villa.

atto quarto

Mentre esplora la casa, Ores… ehm, Howard sente dei rumori provenire da una stanza.
Ores… ehm Howard… - INSOMMA, LA VUOI SMETTERE CON QUESTO PATETICO GIOCHETTO DEL NOME!????????! -
Da fuori si sente - Chi ha urlato? -
Il Grinch si volta verso la villa. Agita, sempre inutilmente, il Cubo Cosmico e un centinaio di colossali sgherri, con delle tute dai colori così sgargianti da far male agli occhi, compaiono dal nulla.
Essi sovrastano il Grinch, che gli arriva sì e no al ginocchio. Hanno sguardi duri, che intimoriscono.
- No. Così non va. - Agita, ancora una volta in maniera del tutto inutile il costrutto e gli sgherri diventano alti più o meno come lui (leggermente di meno, a dir la verità), più corpulenti e gli sguardi omicidi vengono nascosti da una visiera a specchio. - Ecco. Adesso portatemi gli intrusi che riuscite a trovarmi. -
Gli sgherri, forse in virtù del numero, partono in tutte le direzioni, per setacciare la villa, ognuno separato dagli altri.
Howard (e non ti incazzare) scivola nella sala alle sue spalle.
È una grande sala, nella quale, in vetrine dall'apparenza costosa, sono contenuti innumerevoli cimeli.
Intanto, lungo le pareti, appesi a dei dischi di legno, si trovano delle colossali teste di conigli pasquali. Imbalsamate.
Poi un pazzo di tela da sacco, dalla forma approssimativamente umanoide.
Vabbeh, avete capito, non è che adesso sto a farvi tutta la lista.
In mezzo alla sala, in una teca impolverata, un vestito da Babbo Natale, verde.
Fuori dalle teche, in maniera inspiegabile, un troll, immobile e puzzolente.
Howard (contento?) si volta, per cercare un posto dove nascondersi. Sente un rumore, si volta di scatto. Nulla sembra essersi mosso, anche se il troll è forse in una posizione leggermente diversa. Impercettibilmente diversa. *No, è impossibile* pensa Howard. E torna alla sua esplorazione. Sente un altro scricchiolio …
*Oh, dio del cielo. Adesso anche questa mediocre scenetta, ma possibile che mi tirano fuori dal dimenticatoio solo per fare queste patetiche apparizioni?*
Insomma, così non si può andare avanti. Come faccio a raccontare, se mi interrompi sempre.
Se pensi di essere tanto bravo continua tu.

Oh, be', assecondiamo questo mentecatto, altrimenti non si va a casa più.
Insomma, saltiamo la patetica scenetta in cui il coniglio, pardon, il troll cambia continuamente posizione mentre sono di spalle e io sono cosi deficiente che non me ne accorgo.
Insomma, il tizio, perché, come avrete capito immediatamente era un tizio vivo, era entrato nella villa per sgraffignare qualcosa, grazie al fatto che controlla il più sofisticato sistema di trasporto che esista in questo pazzesco universo, cioè la gemma dello spazio.
Controlla per modo di dire, poiché era rimasto intrappolato all'interno della villa dalla sciocca enunciazione di quell'altro deficiente verde. Nessuno poteva veramente andarsene dalla villa.
Ora, in teoria, come immaginerete tutti, per quello che riguarda la manipolazione dello spazio, questo oggetto non avrebbe dovuto avere limitazioni di alcun tipo.
Ma, da quello che mi pare di capirci, questi cosi cosmici non sono facili da usare e, sempre da quello che mi pare di capire, 'ste gemme dell'infinito sono anche più difficili degli altri.
Comunque, evitando le solite schermaglie che i nostri semideficienti coprotagonisti sono soliti inframezzare tra il momento dell'incontro e quello dell'alleanza, capimmo entrambi abbastanza facilmente che stavamo nella stessa merda e che insieme avevamo più possibilità di uscirne.
Fuori dalla stanza si sentivano i passi degli sgherri del Grinch che passavano uno alla volta. Per fortuna nessuno di loro aveva ancora pensato a controllare questa stanza. Non chiedetemi perché, queste cose succedono costantemente in queste storie.
Insomma, quando sentimmo aprire la porta assumemmo la posa più plastica che ci riuscì.
Per quanto possa sembrare incredibile, l'idiota non si accorse di nulla.
Lo vedemmo aggirarsi per la sala, con fare sospettoso, nella sua sgargiante tutina, basso, corpulento, con la faccia completamente nascosta da una visiera a specchio e incredibilmente disarmato.
Il Grinch era così idiota che si era dimenticato di creare le armi ai suoi sgherri e loro erano così cerebrolesi che non se ne erano preoccupati.
Pur senza muoverci, ci guardammo negli occhi. Avevamo entrambi avuto la stessa idea.
Infatti, non appena lo sgherro ci voltò la schiena, io gli sfilai il casco, che non era neppure fissato con una cinghia e il troll lo stese con un pugno.
Mentre Pip lo trascinava in uno sgabuzzino, che avevamo intravisto, ma che non eravamo riusciti a raggiungere, io indossai quel ridicolo costume. Non vi dico quanto fossero scomodi quei pantaloni, per la mia coda.
O, se è per questo, quanto stretti gli stivali.
Mi avviai alla porta, aspettando un altro degli sgherri, che per fortuna non si fece attendere a lungo.
Ok, non sto a descrivervi la scena, potete immaginarvela. In quattro e quattr'otto stavamo entrambi, non troppo comodamente, girando per la villa, facendo finta di cercare degli intrusi, mentre cercavamo l'oggetto che, per come la vedevamo entrambi, sarebbe stato in grado di levarci dai guai, perché vedete, il Grinch era stato specifico, aveva detto, "nessuno lascerà questa villa".
In breve raggiungemmo un telefono, Pip chiamò la Fondazione scientifica, che attraverso una linea con un nome allucinante, lo mise in comunicazione con nientepopodimeno che Adam Warlock (che in pratica era il suo capo) il quale radunò velocemente i quattro o cinque tizi con cui stava discutendo di una qualche tipo di crisi, una specie di cosa oscura, o eclissata o non ho proprio capito che ('sti tizi, quando parlano fra di loro usano una lista così lunga di termini gergali e si riferiscono a così tanti tipi che conoscono solo loro come se fossero di dominio pubblico che per stargli dietro dovresti leggere un'intera enciclopedia. Un'enciclopedia dei supertizi, però). Avevano anche provato a chiamare i Fantastici 4, che si trovavano in Europa. I Vendicatori, che si trovavano in Europa. Anche qualcun altro, che non si trovava in Europa, ma in Africa. Insomma, non c'era nessun'altro.
In pratica arrivarono, spuntati dal muro, Adam Warlock, Dragoluna, Sundragon, Gamora (dovreste vederla muoversi. Cioè, io ovviamente me ne frego, sostanzialmente, delle umane, ma dovreste vedere come si muove), il Mimo, Modred, Darkoth, Drax, Demeityr e un paio di altri eterni di Titano (non vi crediate che mi sia letto tutta st'enciclopedia. È che mentre combattevano io e Pip ce ne stavamo comodamente nascosti a fumarci un sigaro), Thor, Thunderstrike, Red Norvel, Beta Ray Bill (un coso con la faccia da cavallo, ma da teschio di cavallo) tutti coi loro bei martelloni, Capitan Bretagna, Capitan UK, Capitan …, vabbeh, insomma, una dozzina di buffoni con addosso la bandiera della Gran Bretagna e più muscoli di duecento Hulk messi assieme, con zanne, scaglie ecc al posto della pelle.
Mi sono scordato qualcuno, di certo, insomma, c'era sto tizio con la faccia da elefante, e dieci braccia e in ogni braccio qualcosa di devastante.
Poi c'era… ma che sto a farvi la lista.
Iniziarono a saltare addosso al Grinch, che francamente non sapeva che pesci pigliare, una cosa è essere onnipotenti, una cosa riuscire a reagire abbastanza velocemente da usarla, questa onnipotenza.
Però, almeno a pensare che non voleva essere colpito, evidentemente ci riusciva, perché per quanto tutti quei tizi gli si accanissero contro, il Grinch restava in mezzo a loro, raccolto in posizione fetale e intatto.
Intonso.
Vabbeh, avete capito…
Ora, la cosa rischiava di farsi pericolosa, da ogni parte volavano fulmini, martelli, scariche energetiche e chi più ne ha più ne metta…
Come?
Mi sarei dimenticato degli sgherri?
No, è che più che altro non c'è niente di significativo da dire, su di loro.
Arrivarono tutti assieme, avevano sentito il mostruoso casino, immagino. Era così intenso che non riuscivamo neppure a sentirci, io e Pip, mentre guardavamo, e stavamo uno accanto all'altro.
Insomma, arrivarono belli allineati e disarmati.
Gamora si girò a guardarli. Poi si mosse, giuro, fu una sola lunga mossa alla fine della quale erano tutti per terra e non si muovevano.
Cazzo, vorrei vedere una paperella muoversi a quel modo.
Dicevo, la cosa rischiava di farsi pericolosa, io e Pip ci stavamo guardando preoccupati.
Prima o poi qualcosa ci avrebbe colpiti, la villa sarebbe caduta o il Grinch si sarebbe accorto che non potevano colpirlo e avrebbe trovato il modo di reagire.
- Mi sa che facciamo notte, qui. - dissi, mentre accendevo un altro sigaro.
- Mi sa di no, sto' Grinch è un vero idiota. - Allungò la mano, all'interno della quale comparve il Cubo Cosmico. Per fortuna del Grinch in quel momento nessun colpo era partito nella sua direzione, malgrado ciò, mentre la piscina si sgelava di colpo, tre martelli lo colpirono in faccia.
Ovviamente svenne, per sua fortuna era un essere sovrannaturale, quindi quei colpi non lo fracassarono riducendolo in marmellata.
Gli occhi di Pip brillarono - Ho sempre desiderato uno di questi cosi. Gia mi immagino, Pip, l'imperatore dell'universo. Ma prima, qualcosa di più urgente. A proposito, ti racconto una storiella. Un irlandese trova la pentola d'oro di un coboldo. Ha così diritto a tre desideri, che il coboldo deve esaudire, per riaverla. "Allora, qual è il tuo primo desiderio?" - Un boccale di birra scura apparve nella sua mano. - "Una pinta di Guinnes inesauribile" disse l'irlandese. E nella sua mano comparve il boccale. Lui lo bevve - E anche Pip - e alla fine il bicchiere tornò a riempirsi da solo. "Bene, qual è il tuo secondo desiderio?" fece il coboldo. "Prendo un altra di queste" disse l'irlandese. -
Nella mia mano apparve un bicchiere dello stesso tipo. Bevvi, mentre ci sbracavamo dalle risate. Credo di aver bevuto almeno 5 volte, quando dal nulla spuntò una colossale mano gialla, seguita da un colossale corpo giallo, nel suo petto un cerchio luminoso come il sole. Sopra il torso, assolutamente priva di collo, fluttuava una specie di testa, che, pur se coperta da una specie di straccio, si vedeva bene che aveva tre facce.
- QUESTO È MEGLIO CHE LO PRENDA IO PRIMA CHE TU RIESCA A COMBINARE CHISSÀ CHE GUAI. -
E svanì, portandosi dietro il Cubo. Ora, non so se Pip fece una faccia peggiore quando si accorse che gli aveva fregato il Cubo o quando si accorse che era svanito il bicchiere della birra, che non aveva fatto in tempo a rendere permanente. Dalla ciucca che ci ritrovavamo, però, era chiaro che non era svanita la birra.

- Si, ok, bella storia papero. Però, se vuoi ancora bere, qui, devi pagare. -
- Peggy, tu mi distruggerai il cuore. Per fortuna, prima che svanisse il Cubo, ho fatto in tempo a sfiorarlo. Non sono riuscito a procurarmi un portafoglio che non finisce mai i biglietti da mille, ma di che pagarmi un giro di bevute si, e anche a renderlo permanente. Quindi smettila di brontolare e servici da bere, a me e al mio amico troll.
Ed anche ai miei amici che ci stanno ascoltando. -

Insomma, dicevo, quel coso giallo ci fregò il Cubo Cosmico e ci lasciò, anche, senza birra.
Ma la cosa peggiore non fu quella.
La cosa peggiore fu Babbo Natale, che usci dalla piscina grondante d'acqua, berciando contro i poveri elfi che si sbrigassero a ripulire il casino e che lo aiutassero a rifarsi il trucco che la multinazionale che lo pagava voleva lo spot del Natale e non avevano molta più pazienza di lui.
Insomma, non lo so chi fu che ricongelò la piscina e tutta l'acqua che c'era attorno, compresa quella addosso al vecchio, né so chi gli fregò la slitta, né, se è per questo, chi liberò le renne dalla stalla, ma dalle facce che fecero gli eroi davanti a quella scena, chiunque di loro potrebbe averlo fatto.
Avevano tutti quanti lo sguardo del tipo, che cosa abbiamo combinato, quando si accorsero che cazzo di stronzo avevano liberato.
Forse è per questo che nessuno si accorse che il Grinch stava approfittando del casino per svignarsela.
Comunque eccoci qui, la nostra storia sulla vigilia di Natale è finita.

- Ehm, e noi? - Il fantasma del natale passato, appollaiato tra le travi del tetto del Polo Nord guarda perplesso i suoi compagni.
- Mi sa che quel fesso dell'autore si è completamente dimenticato di averci scritturato per questa storia. Per fortuna ci ha pagato. - il fantasma del natale presente ha la faccia scocciata - Anzi, tirate fuori la paga, che andiamo a spassarcela anche noi, questo qui sembra un bar come si deve. Serviranno sicuramente anche tre fantasmi assetati. -
Lo sguardo del fantasma del natale futuro si fa cupo.
- Ma io credevo che li avesse dati a te. Quindi ci ha fregati, non solo non siamo apparsi nella storia, ma non ci ha neppure pagati. Che vigilia di Natale di merda. -
- Mmmmmmmmmmmmmmmm. - il fantasma del natale passato si fa pensieroso. - In fondo è la vigilia di Natale, non abbiamo niente da fare e non abbiamo scritture per altre storie. Possiamo sempre andare a rovinare la notte della vigilia a qualcuno. È sempre divertente. - Sul suo volto (o quel che è) si stampa un ghigno. - Avete una qualche idea a chi? -
I tre fantasmi si allontanano attraverso il tetto, sghignazzando.

pessimo, lo so, ma senza un riferimento grammaticale devo andare ad orecchio

FINE

******

PROLOGO: Altro Regno, Microverso

La catena montuosa che divideva, con la sua mezzaluna di cinquecento chilometri, l’est e l’ovest dell’unico continente di Altro Regno, non aveva nome che lingua umana potesse tradurre, in quanto non furono gli uomini che la battezzarono per prima.
Nella lingua dell’ uomo, si chiamava Coda Del Drago. Ed era il nido di tutti i draghi di Altro Regno. Era qui che, secondo le leggende, l’onnipotente Antesys, incarnazione del Tutto, aveva deposto le uova dei primi signori di Altro Regno. Ed era qui che, secondo ritmi antichi quanto la vita, i draghi di tutte le razze venivano a riprodursi.
Altresì, qui i draghi tenevano il loro Grande Consiglio, il raduno delle occasioni speciali. E qui, i giovani venivano istruiti nell’uso dei loro talenti e nella storia del mondo. E le storie non mancavano di certo…

La sala era a pianta circolare, così grande e dal soffitto così alto da permettere la formazione di un minisistema atmosferico. Era interamente fatta di granito, coperta ad arte di rampicanti, con enormi colonne a sostenere gli strati della struttura.
“Scusate il ritardo, scusate il ritardo!” più che ‘arrivare’, la giovane creatura irruppe nella grande sala di granito. Era un essere singolare, per gli standard di quel mondo: il suo corpo affusolato, coperto di candida pelliccia, era indubbiamente quello di un canide antropomorfo, digitigrado, ma dalle spalle si stendeva un lungo collo che terminava con la testa di un drago. La testa era dotata di un paio di corte corna aguzze, rivolte all’indietro, e un paio di orecchie lupine sotto le corna. Sul dorso del muso, lungo la gola e giù per il petto ed il ventre, si dipanava una linea di scaglie azzurrine, le stesse che coprivano il dorso della lunga coda pelosa. Il suo solo abbigliamento consisteva di un paio di bracciali dorati e di un lungo perizoma rosso e oro.
La creatura irruppe nella sala di granito volando su un paio di ali draconiche di energia. Nella fretta di atterrare, calcolò male la propria posizione e scivolò sul pavimento di marmo. “Oops!”. Gli artigli fecero un suono come di pattini sul ghiaccio, mentre il malcapitato scivolava verso la parete, destinato a un sicuro, doloroso impatto… “Huff!!” La sua corsa fu interrotta, invece, da un’ enorme palmo scaglioso.
La creatura si massaggiò il muso, meccanicamente lisciandosi uno dei lunghi baffi, poi sollevò la testa, un’espressione di vergogna negli occhi. “Maestro Karkadon, mi dispiace, io…”.
“Hai di nuovo fatto esperimenti fino a tardi, ieri” lo interruppe con bonaria severità il dragone d’oro. L’enorme creatura scosse la testa. “Il corretto uso del potere deriva dal…”.
“Dal migliore stato psicofisico, sì, lo so. Ma quell’esperimento non poteva aspettare, Maestro Karkadon. Davvero!”.
Il dragone, venti metri dal muso alla coda, abbastanza grande da inghiottirsi in un boccone quel giovane mezzosangue, levò gli occhi al cielo. “I tuoi genitori sapevano essere così irruenti e determinati solo a fronte di una vera crisi. Tu sembri animato dalla fretta in ogni momento della tua esistenza. Ora prendi posto, allievo. Oggi ti narrerò una storia”.
La creatura si sedette su uno dei gradini. I suoi occhi erano accesi di speranza. “Una storia sui miei padri?”. Pronunciò quella frase con orgoglio.
Karkadon annuì. Unì le zampe a coppa. Dapprima, fra i palmi scagliosi nacquero le scintille, poi, a mano a mano, le scintille si unirono a formare una sfera, e la sfera divenne una finestra su una foresta. “Poiché oggi ne celebriamo la ricorrenza, ti parlerò di come il Dio creò un giorno speciale per tutte le genti del nostro mondo. Ti narrerò di…”

KNIGHTS TEAM 7 in:
COME STARGOD CI PORTÒ IL NATALE
di VALERIO PASTORE

A quei tempi, tante erano le minacce per Altro Regno. Il riposo, per il Dio-lupo ed il suo compagno, il dragone Max, era un evento raro. In quei giorni, una grande minaccia era stata finalmente sventata per sempre, ma altre oscuravano il cielo… Come le nuvole di tempesta che avvolgevano le foreste di Ylodas, nella Regione dei Mille Laghi.
Nuvole terribili, plumbee e fitte, che andavano da un capo all’altro dell’orizzonte. Un vento gelido e tagliente, capace di uccidere lo sventurato che lo affrontasse proprio nel cielo.
Ma Max era un dragone azzurro, un Cavalcavento, figlio del cielo e fratello della tempesta. Quella tempesta era potente, ma Max lo era di più. E Stargod, seduto sulla sua schiena, se lo avesse voluto avrebbe potuto spegnere la tempesta con un pensiero. Naturalmente, non toccava a lui alterare le forze della natura, anche se quella tempesta di naturale aveva ben poco…
“Non capisco: la magia che ha causato questo casino sembra essere ovunque, Max. Ma della sua fonte non sembra esservi traccia. Sei sicuro che…”.
“Ne sono certo, Salvatore: è opera di un Signore del Gelo, un drago dei ghiacci”.
Come sai, ogni dragone di Altro Regno è legato all’ambiente dei suoi colori. I verdi per le foreste, i neri per le paludi, i rossi per le aree vulcaniche, e così via. Salvo che per benedizione di Antesys, la tipologia del territorio forma il confine naturale, invalicabile, di un dragone.
Stargod era giustamente perplesso: non c’era alcun senso nell’arrivo di un drago bianco nelle foreste. E, peggio ancora, non ne percepiva la presenza. “È possibile che abbia lanciato l’incantesimo dalla sua tana, senza muoversi?”.
“No, John. Per fare quello che vedi, deve essere fisicamente presente. Altrimenti lo stesso Satranius avrebbe potuto mettere a ferro e fuoco intere regioni senza colpo ferire”.
Stargod annuì. Il potente drago di fuoco si era servito di avatar per fare il suo lavoro, in passato.
Il punto era e restava: dov’era il dragone che si portava dietro quel gelo?
Ma anche un altro pensiero preoccupava il Dio-lupo. Senza esitare, attinse all’immenso potere della Godstone che brillava alla sua gola per riscaldare il suo dragone ed alimentare le sue cellule: con il sole coperto completamente dalle nuvole, Max si sarebbe indebolito presto, se ci fosse stato da combattere.
Era uno spettacolo incredibile, a buon diritto mai visto da tempo immemorabile: le verdi cime erano completamente innevate, una crosta di ghiaccio si stava formando sui laghi, trasformandoli in cristalli opachi. Non si udiva un suono, a parte quello del vento. La morte era pronta a ghermire il malcapitato che non avesse trovato subito rifugio. Giustamente, Stargod e Max pensavano che non sarebbe stato difficile individuare un dragone del gelo in quel quadro di letale immobilità…
E qualcosa trovarono, invero, ma non quello che si aspettavano. “Max...?” fece il lupo in armatura.
Il drago annuì. “Li vedo”. La sua voce si era fatta tesa, come quella del suo compagno. E ne aveva ben ragione, oh sì.

Una creatura simile ad un cavallo, ma con le scaglie ed il muso tozzo da rettile, correva disperatamente lungo un sentiero innevato, lasciandosi dietro sbuffi di vapore. Era cavalcato da un essere umano avvolto da spessi strati di tessuto, al punto che non si capiva se fosse uomo o donna.
E dietro di loro, anzi sopra di loro, volava una squadra di almeno sei cavalieri, le cui bestie erano decisamente più fresche, visto che riuscivano a volare dove il loro simile dava l’impressione di muoversi per pura forza di disperazione.
Ad un certo punto, anche quell’ultima forza venne meno: il kell diede un ultimo verso di agonia e cadde riverso sulla neve. Il suo cavaliere riuscì a staccarsi all’ultimo istante, rotolò un paio di volte a terra e si rimise in piedi con consumata abilità. Non cercò di scappare; invece, estrasse velocemente la spada al suo fianco, pronto ad usarla.
I cavalieri volanti, vestiti anche loro di spessi strati di colore nero, non sembravano intenzionati a concedere neppure quell’onore: presero gli archi ed incoccarono le frecce. Anche con il vento, a quella distanza non potevano certo mancare il bersaglio…
Max piombò loro addosso come la Furia che era. Gli bastò muovere appena le zampe per disperderli come foglie al vento. Lo spostamento d’aria fece il resto, e senza dubbio i malcapitati sarebbero precipitati senza scampo, se non fosse stato per Stargod, che fermò la loro caduta, per poi depositarli gentilmente al suolo.
Max atterrò al fianco dell’incredulo cavaliere, che fissava con tanto d’occhi i suoi salvatori.
Stargod saltò giù. “Stai bene?” chiese, preoccupato, ma senza abbassare un attimo la guardia. Eppure, per quanto la ragione gli consigliasse prudenza, qualcosa in quello strano individuo gli stimolava una potente pulsione protettiva…
“Cosa ci fanno qui dei membri del Popolo delle Terre Morte?” chiese Max, spostando lo sguardo dallo straniero ai suoi inseguitori.
Le Terre Morte! Un ampio territorio nell’est dell’unico continente, l’ultima zona del mondo che testimoniava la rovina dell’antico disastro, un posto dove la vita lottava con le unghie e con i denti in mezzo alle lande più sterili che la fantasia potesse immaginare. Una vita che dava così poco, che gli abitanti di quelle terre erano i più orgogliosi e forti guerrieri, vanto di qualunque esercito riuscisse ad accaparrarseli.
Ma alla domanda del drago, i sei guerrieri risposero col silenzio -tale era la loro usanza: avrebbero parlato solo se lo avessero deciso loro.
“Secondo la nostra legge, ho tradito. Secondo la nostra legge, devo morire” disse lo straniero, la voce resa asessuata dal tessuto. Mise mano a quello intorno alla testa, e lo svolse con gesti accurati. In pochi istanti, lo straniero si rivelò essere… una donna. Folti capelli corvini, occhi dai bagliori d’acciaio, zigomi alti e bocca sottile. Una donna che poteva sostenere lo sguardo di un dio. “Mi chiamo Rafelah, e ho trasgredito ai miei doveri di donna e riproduttrice”. Naturalmente, il suo tono di voce era tale da fare ben capire cosa in realtà pensasse della sua ‘trasgressione’.
Uno dei suoi inseguitori si fece avanti,già mettendo mano alla sua spada. “Preferire uno straniero sopra la propria gente è già atto grave, Rafelah. Giacere con uno spirito del male è due volte grave. Alla vostra progenie non deve essere permesso di vivere”.
“Allora venite a prendermi, se ne avete il coraggio, ora che siamo alla pari”. Rafelah si mise in posa.
Stargod e Max si scambiarono un’occhiata perplessa. Da una parte, il dio-lupo si sentiva stranamente confortato all’idea che qualcuno non si mettesse a riverirlo o ad inveire contro di lui… dall’altra, quello di scambio di parole lo preoccupava alquanto…
Donna e uomini si scagliarono l’una contro gli altri! Il Dio frappose prontamente tra loro una barriera di energia, contro la quale gli sventurati rimbalzarono per poi trovarsi col sedere a terra.
“Ora basta”. Stargod si avvicinò a Rafelah, e le offrì la mano. “Alzati. Ci sono altre cose che devo sapere su di te e sul tuo…spirito, Rafelah”.
Riluttantemente, lei prese la mano artigliata e si fece aiutare a rimettersi in piedi.
“La tempesta è calata” disse Max, guardandosi intorno ed annusando l’aria, occasionalmente tastandola con la lingua. Ed era vero, il vento non soffiava più come una lama, e la neve si era ridotta a qualche grasso fiocco ma nulla più.
Stargod, intento a scrutare con il suo onniveggente sguardo la donna, udì distrattamente quelle parole.
Fece il collegamento non appena vide. E capì. “Dio…” si voltò sconvolto verso il dragone “Max, questa donna… porta un uovo di drago dentro di sé!”.

Le due ore che seguirono furono davvero frenetiche, come puoi immaginare. Dopo avere riparato ai danni causati dal gelo, Stargod portò tutti al Grande Tempio a Lui dedicato, nella capitale di Mournhelm. Lì, si assicurò personalmente che tutte le cure del caso fossero prestate a Rafelah, mentre i suoi aguzzini venivano lasciate alle cure dei soldati.
Toccò al saggio visir di Stargod, l’anziano mago Lambert, e a Diablo l’alchimista, di verificare le condizioni di salute di Rafelah.
Fu una visita meticolosa, naturalmente, al termine della quale i due maghi si scambiarono un’occhiata ed un assenso. Poi Lambert, ripulendosi le mani, disse, “Le condizioni fisiche di Rafelah sono eccellenti. Nessun danno dalla presenza dell’uovo”.
“Non si tratta di un’intrusione parassitaria, come negli altri casi da noi affrontati” aggiunse Diablo “La donna è gravida a tutti gli effetti. Non posso dire come e quando si concluderà il suo stato. Ma per ora, il padre la sta proteggendo. Deve stare agendo tramite lo stesso legame che si forma fra i draghi prossimi a divenire genitori”.
Il che spiegava la coltre invernale anomala, pensò Stargod. Poi, ringraziati i suoi fedeli, il Dio si accostò al letto dove giaceva Rafelah. La donna, che le piacesse o no, era davvero esausta. La disperazione l’aveva spinta fino a quel punto, ma c’era un limite anche alla stamina di un abitante delle Terre Morte.
Era esausta, ma ancora combatteva contro il sonno. Era stanca di nascondersi, e di tenere nascosta la verità. “Non giudicare male i miei inseguitori, Stargod. I loro ordini erano di riportarmi viva a casa. Sarei stata ferita, è vero, ma una donna, portatrice del futuro, è troppo importante per essere uccisa, non importa quanto gravi i suoi crimini”.
“Hai detto che, secondo la vostra legge, devi morire…”.
Lei annuì. “Sarei morta dentro. Non potevano permettere un nuovo peccato, e sarei stata resa un vegetale, capace di figliare ma incapace di pensare. Questa è la punizione per le trasgressioni più gravi da parte di una donna”. Poi, la sua espressione stanca si tinse di gioia, mentre i suoi occhi si posavano sulla forma ora antropomorfa di Max, al fianco di Stargod. Allungò una mano verso di lui, e il drago fece lo stesso.
Rafelah sospirò. “Non è vero che tutti gli umani temano i draghi, lo sapete? Ci sono tanti, come me, che pensano che un futuro possa essere costruito, insieme. Ci sono molte donne che hanno portato l’uovo del loro amato, rischiando tutto per nasconderlo, senza mai rivelare niente, neppure ai loro parenti più vicini. Sono sempre stata affascinata tanto dai draghi quanto dal freddo. Ho sempre sognato di potere vivere nelle terre fredde, dove il sole non tramonta, al fianco di un signore del gelo. Ho segretamente pregato te, Stargod, e Antesys perché questo miracolo mi fosse concesso. Un giorno, le mie preghiere furono realizzate. Ero in preda al delirio, a causa del morso di un ketar; bruciavo di febbre, e dentro di me, in quell’occasione, pregai più forte che mai, giurando di sottopormi a qualunque prova fosse stata necessaria per trovare la mia strada. Il drago bianco rispose. Sentii il tocco dei suoi arti, il dolce fiato freddo che mi avvolgeva come un velo protettivo. La mia febbre calò in una notte, il veleno fu purgato completamente. E nelle ore che precedettero l’alba, il signore del gelo ed io ci amammo. Non fu l’unica volta. Anche se miracolata, fui ancora coperta di attenzioni dalla mia gente per altri tre giorni. Nelle notti, il mio sposo venne a farmi visita, e ogni volta la mia determinazione ne usciva rafforzata, il nostro legame sempre più saldo. Ma fui anche imprudente. Mio fratello, Olo, si accorse per primo del mio cambiamento, e in nome del vincolo parentale che ci unisce, nonostante gli avvertimenti del drago, finii per confessargli tutto. Speravo che almeno lui capisse, che mi aiutasse a lasciare gli aridi confini delle nostre terre… Invece, fu sua cura denunciarmi ai Saggi. Io fui confinata nella mia tenda, in attesa che un mago rimuovesse l’uovo dal mio corpo. Il drago, a quel punto, intervenne. Mi avvolse nella cappa protettiva del suo gelo, e mi permise la fuga. Decisi che mi sarei diretta verso la Coda del Drago, dove avrei trovato dalla gente del mio amato l’aiuto di cui avevo bisogno…”.
A quel punto, però, persino l’indomita volontà di Rafelah dovette cedere alla stanchezza. La donna diede in un gemito simile a quello di chi sta per morire, la sua mano scivolò da quella di Max, e Stargod la posò gentilmente sul letto, lungo il fianco.
Con passo leggero, il Salvatore ed il drago si diressero verso le loro stanze. Il muso di Max era contratto in un’espressione preoccupata, ma il dio-lupo tenne per sé ogni domanda.

Giunti nelle loro stanze, chiusasi la porta alle spalle, Max pronunciò gravemente una parola sola, “Morirà”.
“È molto provata, certo. Se proseguisse da sola, nelle sue condizioni…”.
Max scosse la testa. “No, amore mio. Sto dicendo che dopo avere raggiunto le Terre Fredde, morirà. Fino ad ora, ha consumato il suo amore in condizioni a lei favorevoli. Nelle Terre Morte, persino il soffio di un signore del gelo è solo una brezza rinfrescante. Ma nel suo dominio, è un tocco assassino. Pochi animali possono vivere laggiù, e un umano non avrebbe scampo, lì l’unica luce che brilla è quella delle stelle. Rafelah potrà deporre l’uovo, ma non potrà fare altro. Una sola carezza alle scaglie del suo drago le farà cadere la mano”. Scosse di nuovo la testa.
Stargod, gli occhi chiusi e corrucciati, le braccia incrociate al petto, agitava meccanicamente le orecchie. “Ho letto nella sua mente, Max. Ho visto dentro di lei, fin nei più nascosti angoli del suo cuore, in posti che forse lei stessa ha dimenticato di avere. Il suo amore è puro, Max. Splende come una stella, è… contagioso. Lei sa di stare andando incontro alla sua morte, il suo compagno per primo glielo ha detto. E non le importa”.
“Il suo posto è con la sua gente, John. Non abbiamo diritto di interferire…”.
Gli occhi di lui si aprirono di scatto, brillando di una luce quasi minacciosa. “Il libero arbitrio conta ancora qualcosa per me, Max. Nessun essere vivente dovrebbe essere costretto in una gabbia, che sia fatta di solido metallo o di invisibili confini. Ho imparato ad accettare di non potere imporre la mia volontà e i miei poteri per ‘aggiustare’ il mondo secondo i miei desideri… Ho imparato a non interferire negli affari delle genti, a meno che non sia necessario. E ora questa necessità c’è.” Poi il suo ringhio si addolcì. “Rafelah vuole essere libera da un mondo in cui è nata, ma al quale non appartiene. Morirà, ma si lascerà dietro la più importante testimonianza della sua fede in qualcosa di più grande delle mere regole”. Mosse una mano ad arco, e nell’aria apparve l’immagine di un uovo di drago. Era un uovo grande quanto un essere umano, dal guscio spesso, e pulsava di una luce chiara, che alla fine di ogni pulsazione si spezzava in tante scintille come stelle in miniatura.
Stargod cinse a sé Max per la vita, e gli accarezzò le scaglie con tenerezza. Il drago lo ricambiò tenendo un braccio intorno al collo, pettinando la pelliccia con gli artigli. “Il nostro futuro, Max. Per quanto dura questa nuova guerra, per quanti sacrifici… ora abbiamo davvero qualcosa per cui fare tutto questo. Il mio predecessore era vissuto da solo, prigioniero del suo ruolo, ed era morto da solo, sulla mia Luna. Noi due, invece, ci lasceremo dietro il futuro”.
“John…”.
I due amanti si abbracciarono con forza, le teste l’una sulle spalle dell’altro.
“Rafelah merita il rispetto che chiede. Merita di potere testimoniare che per gli uomini ed i draghi di Altro Regno c’è speranza. Se dovessi impedirle di compiere il proprio destino, non avrebbe senso costruirne uno per noi due”.
Non si dissero altro, non ce n’era bisogno…

Come trascorsero la notte, non è difficile immaginarlo… Ma a noi importano gli eventi del giorno successivo quando, all’alba, una serie di colpi frenetici risuonarono alla porta.
Poi, alle orecchie assonnate del Dio, stretto al suo amato, giunse la voce allarmata, “Stargod! Stargod, Salvatore! Esci, ti prego!”.
La pesante porta fu aperta un momento dopo, rivelando un soldato che lesto si mise su un ginocchio.
“Stargod! Ti prego di perdonarci, ma la tua protetta è fuggita”.
“Cosa?!” la voce gli uscì in un ringhio tremendo. Il soldato si fece, se possibile, ancora più piccolo.
“Non sappiamo come sia successo: so solo che al nostro risveglio, stamattina, eravamo infreddoliti e intorpiditi, e…”.
Max mise una zampa sulla spalla di Stargod. “Il suo compagno l’ha aiutata, non è colpa loro”.
Il lupo scosse la testa. “Speravo che le permettesse almeno di riposare… Perché questo drago ha una simile fretta? Dovrebbe saperlo che qui Rafelah è al sicuro. Max, è possibile che sia un drago a me ostile, che teme voglia imprigionare la sua compagna?”. Ma l’altro non poté che rispondergli con un cenno sconsolato: tutto era possibile.
Stargod vagliò le opzioni, imponendosi la calma: Rafelah poteva solo essersi avventurata con un cargo di lungo corso, uno degli innumerevoli che giorno e notte entravano ed uscivano dal nodo nevralgico commerciale che era Mournhelm. E se voleva assicurarsi un vantaggio, doveva di nuovo ottenere l’aiuto del drago bianco ed i suoi venti.
Max non ebbe bisogno del loro legame mentale per giungere alla stessa conclusione. “Stargod, se il drago dei ghiacci usa la sua magia nel territorio di un drago marino, la nave…”.
Stargod annuì e si concentrò, cercando di scacciare un altro pensiero: sul suo mondo natale, la Terra, i marinai usavano gettare in mare quei passeggeri sospetti di portare male al loro vascello. Rafelah non sarebbe sopravvissuta al mare, neanche se fosse stata in buona salute…
Stargod si concentrò, e il suo sguardo avvolse d’un colpo tutto Altro Regno. I suoi occhi si librarono per i Dieci Mari, alla ricerca della tempesta creata dal drago bianco…
E la trovarono! Guidati da un coro di voci che imploravano il nome del Dio, videro un terribile nucleo di turbolenza, che scaricava un potente e gelido vendo da nubi come il piombo, agitando le acque con forza impressionante.
E la nave, molto più a nord di quanto Stargod avesse immaginato, era lì, nient’altro che un pezzo di legno costretto ad assecondare la furia intorno a sé. Gli uomini dell’equipaggio, il coro che lo aveva guidato, si alternavano fra i disperati tentativi di governare la nave e le preghiere, che fossero solo pensate, bisbigliate o urlate a squarciagola.
Una sezione della nave era letteralmente coperta di ghiaccio, che formava uno scudo impenetrabile. Il drago bianco doveva avere pensato a sua volta a proteggere la sua amata.
Lo sguardo del lupo scrutò nelle cabine, e trovò Rafelah. La donna era in ginocchio sul pavimento, cingendo le mani, tremando per il freddo nonostante la sua spessa veste. E le sue preghiere andavano in eguale misura al suo amato ed al Dio…
“Non abbiamo tempo da perdere, Max”. La gemma alla sua gola brillò. In un bagliore, la coppia scomparve.

Riapparve nel cielo, sopra la nave, preannunciata dallo stesso bagliore scarlatto.
Naturalmente, le teste di ogni marinaio si voltarono a guardare l’arrivo del maestoso dragone dei cieli. Tutti pensarono che fosse lui il responsabile della tempesta, ma il loro panico scemò all’istante appena, con un salto, il Dio giunse sul ponte.
Rivolto il muso al cielo, Stargod ululò, “Max! Se dovesse giungere un drago marino, tienilo occupato!”. Poi, ad uno dei marinai, che lo salutò con un inchino, disse, “La vostra passeggera. Devo parlare con lei”. Ancora una volta, si concentrò, ed ancora una volta la tempesta fu placata. I marinai salutarono il miracolo con un grido di gioia.
Energia brillò dagli occhi di Stargod, e il ghiaccio fu vaporizzato senza alcun danno.
Il Dio andò ad aprire la porta, ed entrò.

“Rafelah...?”.
La donna sospirò, scuotendo la testa. “Ti ho invocato sperando che dessi più forza al vento, ed invece…”. La sua voce era così amareggiata e rassegnata, che Stargod perse d’un colpo ogni desiderio di rimproverarla per l’avventata scelta.
Il Dio si inginocchiò di fronte a lei, stringendole delicatamente le spalle. “Non sono venuto per portarti via dal tuo compagno, Rafelah. Sono qui per chiederti solo di aspettare”.
“Cosa...?”.
Lui annuì. “Anche io voglio che tu deponga questo uovo. Ma voglio anche che tu possa deporlo al sicuro, nel mio Santuario, dove sarai protetta e…”.
Rafelah si alzò in piedi. Guardò Stargod con un’espressione indecifrabile. “Sappiamo entrambi cosa mi aspetta, una volta giunta nelle Terre Fredde. Ma ho giurato a me stessa che non sarei morta lontana dal mio drago”.
“Rafelah…” lui si alzò in piedi, ma lei scosse seccamente la testa.
“Sei onnipotente, Salvatore, ma non onnipresente. Non sei sempre al Santuario, e per quanto numerose le tue guardie, conosco la mia gente: faranno davvero di tutto per riavermi, e se messi in un angolo possono persino decidere di uccidermi. Non esalerò il mio ultimo respiro maledicendo la mala sorte, nella paura per chi mi è vicino. Esalerò il mio ultimo respiro benedicendo la mia prole e la buona fortuna che mi ha dato qualcuno che mi ama davvero”. Qui fece un inchino. “Con la tua benedizione, Stargod”.
Stargod era una figura imponente: troneggiava sulla donna, guardandola dall’alto con gli occhi d’ambra scintillanti “E se ti ordinassi di tornare con me?”.
Lei non esitò nello scuotere la testa, sfoggiando un sorriso ironico. “Rinuncerei a te. La mia fede in te non diminuirebbe, ma anche senza la tua benedizione, continuerei la mia corsa verso le Terre Fredde”.
Per la prima volta, Stargod realizzò cosa davvero volesse dire ‘libero arbitrio’. Realizzò, oltre quelle parole tante volte udite e pronunciate, che tutto il suo potere non avrebbe mutato un singolo individuo determinato nelle sue scelte. Realizzò che qualcuno su quel mondo poteva fare a meno di lui, senza per questo diventare un suo avversario.
Stargod, per la prima volta, si inchinò davanti ad un essere umano. Le sue orecchie erano piatte e la sua coda curvata leggermente fra le gambe, segno di sottomissione. Ad una incredula Rafelah, appena mormorando le parole, disse, “E sia. Farò come dici, Rafelah, mi assicurerò che tu giunga sana e salva alle Terre Fredde. Ti prego, accetta almeno che sia io a portarti subito dal tuo amato”.
Lei deglutì. “La mia gente…”. Non si era aspettata, né aveva desiderato una simile reazione. Per lei, che il Dio la pregasse, era inconcepibile. E sapeva bene che anche Stargod doveva rispettare le leggi degli uomini…
Stargod si alzò in piedi. Curiosamente, sorrideva. Le accarezzò gentilmente la guancia, e disse, “Ci ho pensato questa notte: tu porti l’uovo di un drago in te, ed è semplicemente giusto che le leggi dei tuoi Saggi si confrontino con quelle del Grande Consiglio dei Draghi. In fondo, entrambi i popoli hanno un diritto, e sono sicuro che sapranno trovare un’intesa. Con la mia benedizione”.
A quel punto, Rafelah gli saltò addosso e lo strinse in un abbraccio insospettatamente forte, al punto che a lui sfuggì un mezzo rantolo! “Oh, grazie! Grazie per sempre!”.

Dopo che la malcapitata nave fu riportata sulla sua rotta, dopo che un irato drago marino fu portato alla calma per quella intrusione, la luce scarlatta nel cielo sopra le Terre Fredde annunciò la fine di quel viaggio.
Guidato da Stargod, a sua volta guidato dal legame fra Rafelah e il signore dei ghiacci, Max giunse a destinazione: una grande caverna scavata in un iceberg.
Dire che Rafelah non stava più nella pelle sarebbe stato davvero poco; se non ci fosse stato il Dio a trattenerla cingendole la vita, lei sarebbe senza dubbio saltata giù dalla groppa della Furia per nuotare fino alla montagna galleggiante.
Max atterrò sul balcone antistante l’ingresso della caverna. Prudentemente, in ossequio al protocollo della sua specie, parlò per primo. “Perdona la nostra intrusione, signore del gelo. Io sono una Furia delle Terre del Sud, e con me è Stargod. Siamo qui per portarti colei che hai chiamato e alla quale hai affidato il tuo uovo”. Fece anche un breve inchino col collo, tenendo lo sguardo fisso verso il buio della caverna…
Ma non ebbe risposta.
Max aspettò un minuto, poi ripeté la sua presentazione. E attese ancora.
Silenzio.
Rafelah si morse il labbro inferiore, mentre la sua mano stringeva con forza il braccio di Stargod. “Che succede? Perché non risponde? Eppure è qui, lo so…” il suo sguardo implorante si fissò su quello perplesso del Dio “Ha forse paura? La tua presenza...?”.
Max voltò il collo verso di lei. “No, milady. Un dragone, se ha paura, non la mostra. Dovrebbe essere una creatura molto vile, ma non credo che sia il nostro caso”.
Stargod annuì, mentre si concentrava. Dopo un istante, disse, “Nessuna paura. Solo un grande senso di… pace. Chiunque vi sia là dentro…”. Un brivido le percorse lungo la schiena. “Scendiamo, Rafelah. Max, seguici”.

“Alsor, mi senti? Alsor, sono Rafelah. Sono giunta come ti avevo promesso, e con la benedizione del Dio. Alsor…”. La voce di lei quasi si perdeva, mescolata com’era ai pesanti passi di Max e il ticchettare degli artigli di Stargod.
La luce del Dio rischiarava progressivamente le tenebre.
Max avrebbe dovuto capire subito che era tutto sbagliato: un drago del gelo vive in caverne dove la luce del sole è riflessa sul ghiaccio levigato ad arte, creando un ambiente abbagliante. Le tenebre erano riservate a quelli che…
Un gemito strozzato di Rafelah confermò i suoi timori. La luce rimosse l’ultimo velo sul dubbio.
Il drago di nome Alsor era morto. Morto da molto, molto tempo. Al suo posto c’era un gigantesco scheletro, bianco, completamente spolpato dagli altri animali, che avevano trovato in quella morte un’importante fonte di vita.
Rafelah cadde in ginocchio, un’espressione stravolta sul suo volto. Si cingeva le braccia al petto, come a cercare un ultimo barlume di consolazione. “Non è possibile! Non…è… Lui…”.
Una parte del Dio pensò ad un elaborato inganno, una trappola… Ma no, lui non poteva essersi fatto ingannare così grossolanamente: raramente usava il suo potere per scrutare dentro qualcuno come aveva fatto con Rafelah. O la follia era così radicata in lei da essere parte della sua anima, e…
Scosse la testa, ringhiando! La vita che pulsava nel ventre di Rafelah non era un inganno. Era una vita innocente e bellissima, come quella che lui stesso aveva contribuito a concepire con Max! Non era un inganno!
Stargod concentrò di nuovo la sua volontà. “Rafelah, ti prego, non allarmarti per quello che sto per fare”. Si avvicinò allo scheletro, e lo toccò. Dalla sua mano artigliata partirono scintille, scintille che, come liquido, si diffusero lungo ogni osso. La luce nella tomba divenne sempre più intensa.
Max osservò ad occhi socchiusi. Anche Rafelah dovette distogliere lo sguardo.

Alla fine, lo scheletro di Alsor brillava come il sole. Il pelo di Stargod era completamente sollevato da quel miracoloso processo.
Il Dio sollevò lo sguardo verso il cranio. La sua voce aveva assunto un tono ultraterreno, echeggiante e profondo. “Ora puoi parlare, Alsor dei ghiacci. Hai la mia benedizione”.
E Alsor rispose! La sua forma astrale si levò, specchio imponente e bellissimo di quello che era stato in vita. A quel punto, era praticamente giorno nella caverna.
“Alsor…”. Rafelah si avvicinò all’evanescente spirito. Allungò una mano tremante per l’emozione, e lui ricambiò stendendo una zampa che avrebbe potuto ghermire il suo corpo per intero. Carne e spirito si toccarono, e scintille scorsero in entrambe le direzioni.
Il volto di Rafelah divenne una maschera di pace. Il muso di Alsor si stese in un sorriso. Poi, voltò la testa verso il Dio. E con simile voce soprannaturale, disse, “Grazie, Salvatore. La mia benedizione sia con te”.
Stargod annuì. “Dimmi, Alsor: perché?”.
Poteva uno spirito sospirare? Di certo, un suono come una melodia triste attraversò l’aria. “Una sola parola, così tante risposte… Sono morto nel disonore, Stargod. In vita, ero stato uno dei seguaci del malevolo Satranius. Mio fu il contributo di energie a cui lui attinse per cercare di sconfiggerti. Pagai con la mia vita, e la cosa peggiore fu vedere che mi ero completamente sbagliato. Avevo rifiutato la Parola di Antesys, e solo dopo la mia morte potei capire, quando non potevo più tornare indietro. Avevo rifiutato Antesys anche quando la verità era davanti ai miei occhi, e fui condannato a restare insieme ai miei resti, a meno di trovare l’occasione per redimermi. Antesys mi concesse di estendere la mia consapevolezza a tutto il mondo, perché potessi guadagnarmi il perdono. Così feci vagare quella consapevolezza, fino a quando non trovai Rafelah. La osservai e la studiai per diverso tempo, imparando a conoscerla come nessuno dei suoi simili avrebbe potuto. E finii con l’innamorarmi perdutamente di lei, della sua forza magnifica. Era un’umana, ma dentro era una di noi. Finalmente, Antesys mi concesse di lasciare i miei resti, perché potessi soccorrere colei che implorava i draghi di renderla libera. E giacqui con lei perché potesse avere la prova del mio amore per lei. E da quel momento non l’ho mai lasciata sola”.
Max si fece avanti, interprete delle mille domande nella mente di Stargod. “Perché volevi farla venire da sola, allora? Hai seriamente messo a rischio la sua esistenza! Se non fosse stato per Stargod…”.
“Lui voleva che la trovassimo” lo interruppe il Dio-lupo “La tempesta è giunta solo quando non poteva fare di più per lei”.
Alsor annuì, e chinò mestamente il capo. “Perdonami per questa manipolazione, Salvatore. Non c’era altra scelta che coinvolgerti perché Rafelah potesse giungere fin qui”.
“Sai che qui, da sola, morirà? È solo un’umana, Alsor”.
“Lo so. Altri draghi si sarebbero occupati del pulcino, mentre i nostri spiriti sarebbero stati congiunti per l’eternità, come Rafelah desiderava. Lei sapeva tutto fin dall’inizio, te lo posso assicurare. Così come coloro che si occuperanno di nostro figlio”.
In quel momento, un frullio di ali -ali enormi, spesse come il cuoio- percorse la caverna. Non c’era bisogno di alcuna dote speciale per capire che almeno un paio di draghi del gelo erano giunti lì, ed attendevano.
Alsor fece scorrere un gigantesco, etereo artiglio lungo il volto di Rafelah. “Stargod, ci darai ancora la tua benedizione? Non ho osato chiedertela, per il peccato che ho commesso contro di te. Ma per Rafelah ed il nostro pulcino…”.
Una goccia cadde al suolo. Seguita da un’altra.
Max sgranò gli occhi, ammutolito dallo stupore e dal senso di reverenza.
Per la terza volta da quando lo aveva incontrato, Stargod, il Dio che non poteva piangere, stava piangendo! Lacrime di gioia rigavano il suo muso.
“Io… Alsor, permettimi in nome di quello che c’è fra te e la tua mata, in nome di vostro figlio ed in nome di Antesys, di fare qualcosa di più che darvi la mia benedizione”.
In un silenzio irreale, rotto solo dai suoi artigli sul ghiaccio, Stargod si portò un dito agli occhi, e col dorso raccolse due lacrime. Due lacrime appena, da occhi che non erano fatti per piangere.
“Io ti perdono, Alsor. E ti benedico. Che questa seconda possibilità sia solo l’inizio di un patto fra l’Uomo, il Lupo ed il Drago, sotto l’occhio giusto di Antesys”. Sparse le lacrime sul setto nasale.
La luce divenne, se possibile, ancora più intensa! I viventi sembrarono venirne consumati, mentre un miracolo si compieva.

L’intera montagna galleggiante si accese di una luce ultraterrena! Il mare intorno ad essa si accese di riflessi di ogni colore che occhio vivente potesse cogliere.
I due draghi del gelo in prossimità dell’ingresso lanciarono un ruggito e si levarono in volo. Non si allontanarono dall’iceberg, bensì rimasero lì, a volare in cerchio.
Poi la cima della montagna esplose. Eruttò un geyser di luce di quegli stessi colori che riempivano il mare. Il torrente di luce arrivò fino al cielo ed oltre, mentre il ghiaccio frantumato ricadeva in una fontana di polvere finissima.

La luce, dopo essersi espansa a riempire ogni angolo, tornò di colpo a contrarsi, assumendo dapprima un aspetto puntiforme. Poi, quel puntino si espanse, e rapidamente assunse una forma nuova, più grande…
Rafelah annuì, ormai al di là delle parole.
Perché Alsor, il drago dei ghiacci, era tornato a vivere.
Rafelah si avvicinò a lui, e accarezzò ripetutamente il muso freddo. “Sei persino più bello che nei sogni. Sei…”.
Stargod si chinò a raccogliere un’altra delle sue lacrime. Focalizzò la sua volontà, e quella goccia di preziosissimo liquido si accese di un nuovo fuoco.
Stringendo nel palmo a coppa quella che ora era una perla di luce, Stargod si rivolse a Rafelah. “Avvicinati”.
Lei obbedì, con un’espressione ora solenne. Si fermò ad un passo da lui, le mani giunte in preghiera.
“Il tuo cuore è quello di un drago, Rafelah. Ti offro la possibilità di vivere come uno di essi”. Stargod stese la mano in avanti.
Rafelah fissò quel fuoco con intensità febbrile. Le era offerta un’occasione che a nessun essere umano era stata concessa…eppure…
Rafelah scosse la testa. “Ti ringrazio, Stargod, ma no. Se rinunciassi alla mia natura umana, rinuncerei a ciò che rende speciale il mio rapporto con Alsor. Non mi sono unita a lui sperando di diventare un drago, ma per potere trarre forza dalle nostre differenze. Non sminuirò l’amore di Alsor per me dichiarandolo incapace di accettarmi per quello che sono”.
Stargod annuì. “Così sia”. Appoggiò la perla di fuoco sul petto di lei, all’altezza del cuore.
La fiamma penetrò prima la pelle, poi la carne, e scomparve. Poi, una delicata aura luminosa si diffuse lungo tutto il corpo di Rafelah.
Stargod fece un passo indietro, soddisfatto. “Questo è il mio dono per te. Il gelo di queste terre non ti nuocerà, così che tu possa spendere ogni giorno della tua vita al fianco di Alsor. Possa la vostra prole crescere fiera come i suoi genitori. E perché questo giorno non sia più dimenticato…”. Rivolse lo sguardo al cielo. Tutto il suo corpo si accese, poi l’energia si raccolse intorno agli occhi… E un nuovo getto di luce fu lanciato verso le stelle!

L’energia si raccolse in un punto a circa duecentomila chilometri fuori dal limite atmosferico. Lì, si trasformò in un vortice turbinante, caotico, ribollente. Nessun occhio mortale avrebbe potuto sopportare la vista diretta di quel nuovo miracolo…
…Perché ben pochi avrebbero potuto assistere alla nascita di una nuova stella!
Un corpo del diametro di un paio di chilometri, debole, ma che splendeva di una sua luce azzurra, delicata. Un’impossibilità naturale, figlia di una benedizione cosmica.

Vista dal basso, la stella era così luminosa che rivaleggiava con la luce combinata delle lune.
“Quella stella esisterà fino a quando Antesys darà il suo favore. Indicherà la via a questo posto, segnerà per molto, molto tempo il giorno in cui ho avuto l’onore e la fortuna di incontrare voi due”. Stargod fece un inchino. “Ho imparato molto da voi, e desidero che anche altri abbiano questa fortuna. Che siano in tanti a ricordare, ed a commemorare…”.

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“E da allora, ricordiamo il Natale, il giorno in cui nacque una nuova alleanza. La Stella del Nord segnerà per sempre quel giorno in cui la benedizione di Stargod e di Antesys ci portò tre doni, uno di vita, uno di luce ed uno di speranza”.
Il giovane mezzodrago aveva ascoltato rapito, in una di quelle rare volte in cui non interrompeva con domande a raffica.
“Domande, giovane Ikarin?” fece il dragone d’oro.
Lui si scosse di colpo. Assunse un’aria indignata, con i baffi sollevati per l’indignazione. “Perché non mi avete mai detto niente?! Non è giusto, ho già…”.
“Hai già abbastanza anni addosso da fare guai, pulcino mio” lo interruppe una voce familiare.
“PADRE!”. Ikarin saltò, letteralmente, dal suo posto sul gradino, e schizzò in volo solo per essere fermato da un paio di potenti mani artigliate coperte di bianca pelliccia.
E John Jameson, Man-Wolf, vestito non più della sua armatura, ma di un giubbotto nero aperto e un paio di short pure neri, si mise suo figlio sulle spalle. “Non è un racconto che si narra per intrattenere come se fosse una favola, Ikarin. E poi, non hai bisogno di una storia”. Si diresse verso una finestra.
Nel cielo, splendeva la Stella del Nord.
Più in basso, su un piazzale, stava Max, in attesa.
“Non ho bisogno di storie su quello che ho fatto” disse John “Sei tu il nostro miracolo, Ikarin. Sei nato nel giorno di Natale, sotto la Stella del Nord, sotto lo sguardo benevolo di Antesys. Ci basta”.
Ikarin annuì. La sua mano andò alla gola di suo padre, nel punto dove un tempo c’era stata la Godstone. “Non ti manca essere Stargod?”.
“Neanche un po’, pulcino. È già abbastanza dura stare dietro a te”.
Per poco non uscì del fumo dalle orecchie dell’indignato giovane. “Non sono un pulcino! Ma come facevi a farti chiamare così da papà Max?”.
“Te lo racconterò un’altra volta, quando sarai abbastanza grande per sapere come accadde…”.

FINE

NOTA DELL’AUTORE: E così, ecco una storia allo stesso tempo tipica ed atipica, che si colloca idealmente anni dopo il termine della serie KT7 - un anticipo di futuro, insomma. Le vicende narrate da Mastro Karkadon si collocano dopo l’episodio 50. Per sapere che aspetto ha il nostro Ikarin, ecco la fonte che mi ha ispirato…

 

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Note del Supervisore: Un progetto iniziato un po' per sfida ed un po' per scherzo che però alla fine si è concretizzato e questo mi rende felice. Ringrazio i vari autori che hanno voluto cimentarsi con questi racconti natalizi, offrendo ognuno una particolare ed accattivante visione. Spero invece che voi vi siate divertiti a leggerli e chissà se al prossimo anno non si possa fare un bis...